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lunedì 13 ottobre 2014

RISOLTO L'ENIGMA DELLO STEMMA DEI MONFORTE-GAMBATESA SIGNORI DI CAMPOBASSO

Il Quotidiano del Molsie
del 03/12/2013

di Paolo Giordano

L’Araldica, ovvero la “Scienza del Blasone”, non è un arida materia appannaggio di pochi appassionati, bensì è una “viva” disciplina accessibile a tutti coloro che vogliano, anche attraverso di essa, studiare l’evoluzione delle società e della Storia in generale.
Ci sembra, pertanto, quanto mai opportuno riprendere le fila di un discorso iniziato nell’aprile2012 con cui lanciammo una provocazione: lo stemma dei Monforte-Gambatesa, signori di Campobasso è in realtà l’Arme di Riccardo di Gambatesa (condottiero italiano, nato negli anni ’70 del 1200 e morto nel 1326) .
Fino ad ora si disponeva solo di indizi… anche se più di tre e quindi, come sosteneva Agatha Christie, sussisteva quasi una prova.
Stemma Monforte
(da "Dissertazione Istorico
Critica della Famiglia Monforte")
Lo stemma della famiglia Monforte, che vantava origini francesi, è “un leone di azzurro in campo d’argento sostenente uno scudetto di oro caricato di cinque code d’ermellino”. Di questa rappresentazione, nelle nostre terre, non se ne trova alcuna se non una famosa cartolina del Trombetta che riprende quanto riportato anche in Ziccardi-Albino (“I Cappuccini in Campobasso”, 1876).
In Molise, e solo qui, la nobile casata si fregiava di “una croce accantonata da quattro rose abbottonate”. Testimonianze maggiori ve ne sono a Campobasso: sul ponte levatoio del Castello, nel torrione meridionale dello stesso, su porta Sant’Antonio Abate, nell’atrio del Comune (da porta san Leonardo?). Non si possono assolutamente ignorare, però, ne lo scudo sull’acquasantiera di Santa Maria della Strada né tantomeno i due emblemi di Tufara, uno sulla porta cittadina e l’altro sul campanile della parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo. In Benedetto Croce (ed anche in Gasdia) si menziona solo la “croce accantonata di rose” e fino alla fine del 1800 gli studiosi scrivono sempre di Monforte-Gambatesa, mai solo di Monforte ed addirittura il Masciotta “parla” di famiglia Gambatesa (gli stessi signori cacciati nel 1465 da Campobasso, cioè i Monforte) relativamente al feudo di Tufara.
Il De Gingins, in un lavoro rimasto inedito, negò che Cola di Campobasso fosse “di quella famiglia” (Monfort di Francia), perché in realtà era un Gambatesa, ed avrebbe preso il nome Monforte per rivendicare l’eredità da un “ramo” in via di estinzione. Ma il Croce, autorità indiscussa per la conoscenza delle gesta di Nicola II, ribatte che “ciò non è esatto perché il conte di Termoli, al quale si allude, era esso stesso un Gambatesa, e perché questi Gambatesa erano veramente dei Monforte, che, per essersi estinta la famiglia Gambatesa, avevano aggiunto al loro proprio un secondo cognome: Monforte alias Gambatesa, come si trovano chiamati”
CAMPOBASSO
stemma Monforte Gambatesa
Ed è qui il punto cruciale: Riccardo di Gambatesa non ebbe figli maschi e, nominato tutore di Giovannuccio Monforte, maturò verso di lui un così profondo affetto da concedergli la mano della figlia Sibilia. Per salvare dall’estinzione il suo casato chiese ed ottenne, nel testamento, che il nipote Riccardello (figlio di Giovanni e Sibilia) aggiungesse al proprio cognome quello materno: Riccardo II, fu pertanto il primo Monforte-Gambatesa. Ciò ci lasciava supporre, con ragionevole certezza, che costui avesse fatto propria, oltre al nome, anche l’Arme del nonno.
Oggi finalmente ne abbiamo la prova inconfutabile. Nella “Blasonario della famiglie subalpine”, fondato e gestito da Federico Bona, è contenuto una stemma identico a quello dei Monforte di Campobasso che apparteneva (incredibile scoperta!!) a Riccardo di Gambatesa, signore di Roure e consignore di Maria nonché Siniscalco di Provenza, il quale transitò in quelle terre (cisalpine e transalpine) sin dagli inizi del 1300.

E’ finalmente stato possibile, pertanto, dichiarare risolto l’enigma dello stemma dei Monforte di Campobasso. Esso è unico in Italia, e ben diverso da quello dei Monfort di Francia, perché in realtà è il vessillo di quel virtuoso e “savio signore”, vincitore in battaglia dei Savoia e dei Visconti, che combatté in difesa di Genova in un assedio che fu paragonato a quello di Troia (1320). Riccardo di Gambatesa è oggi forse poco conosciuto in “patria”, ma, ai suoi tempi, fu ammirato, temuto, stimato e rispettato -dalla Sicilia alle Alpi- tanto dagli amici fidati quanto dai più acerrimi nemici.


STEMMA DI RICCARDO GAMBATESA
(Federico Bona - Blasonario Subalpino)


APPROFONDIMENTI ARALDICI SUGLI STEMMI CAMPOBASSANI DEI MOLISE E DEI MONFORTE - GAMBATESA.

APPROFONDIMENTI ARALDICI SUGLI STEMMI CAMPOBASSANI
DEI MOLISE E DEI MONFORTE - GAMBATESA.

di Paolo Giordano e Salvatore Scivales.


ARCHEO MOLISE
OTTOBRE DICEMBRE 2013





E’ opportuno coinvolgere ed interessare un pubblico sempre più vasto all’Araldica (Scienza del Blasone), una dottrina ancora incredibilmente attuale per lo studio della Storia e delle Società. Cogliamo l'occasione di farlo presentando un argomento utile ad approfondire la conoscenza degli stemmi feudali presenti sulle porte della cinta muraria della città di Campobasso.

“Altro stemma di altra famiglia vedesi sull’arco di porta San Paolo”. E’ così che abilmente aggira l’ostacolo Antonino Mancini (Mancini 1942). Identica è la scelta di Vincenzo Eduardo Gasdia (Gasdia 1960), seguito a ruota da padre Eduardo Di Iorio (Di Iorio 1978). Entrambi gli studiosi non si sbilanciano, né tantomeno si avventurano nel tentativo di giungere ad un’attribuzione: “sull’arco di porta San Paolo si può vedere un altro stemma, che non è né della municipalità né di casa Monforte”.
A provocare “un danno” è sicuramente il Touring Club (Touring Club 2005) che osa laddove altri si astennero. Nelle pagine riservate a Campobasso si legge: “porta San Paolo (stemma Monforte-Gambatesa)”.
stemma su Porta San Paolo
 a Campobasso
Nella certezza che fosse un’affermazione infondata, poiché ben altre erano le insegne di questi feudatari, restava, comunque, ignota la paternità dell’arme campobassana che nessuno degli autori citati descrive: “alla banda caricata di tre scudetti”, ovvero con una fascia obliqua contenente tre scudi e sormontata da una precisa data, cioè l’anno 1374.
Di Sicuro un’attenta ricerca nell’articolato mondo dei blasoni avrebbe consentito di pervenire molto prima alla sua corretta identificazione.
stemma coniugale
Monforte - Molisio
La traccia fondamentale per un’indagine storico-araldica è stata offerta dai lavori di consolidamento del Castello di Campobasso. Scrive l’allora soprintendente Mario Pagano (Mario Pagano 2006) che “nel 1991, durante lo smontaggio di una scarpa eretta a ridosso dell’originaria cortina quattrocentesca” furono rinvenuti frammenti di protomaiolica (antico prodotto meridionale in ceramica rivestita con smalto) e di vasellami. Su uno di questi ultimi c’è uno stemma coniugale con i simboli delle due famiglie. Lo sposo a destra (sinistra per chi guarda) “alla croce accantonata da 4 rose”, la sposa a sinistra (destra per chi guarda) “alla banda caricata da tre scudi”: lo stesso che domina da porta San Paolo! 
Fatte le debite riflessioni, aiutati dalla data e da altri dettagli come la grande “R”, che firma uno dei reperti del maniero, non si può che identificare gli sposi in Riccardo Gambatesa (se I o II ne ragioneremo in seguito) e Tommasella di Molisio, ultima rampolla della sua stirpe ad esser stata Signora di Campobasso. I discendenti di Rodolfo de Moulins si fregiavano, però, di una “sbarra di azzurro” senza alcun altro simbolo, ma il mondo dell’araldica è ben complesso, per cui nel corso dei secoli saranno intercorse chi sa quali variazioni, le cui cause sono tutte da scoprire.
Una curiosità da rilevare è la presenza in Campobasso di un altro manufatto simile a quello di porta San Paolo, però con “sbarra”, ubicato in vico I Sant’Andrea. Si tratta forse di un semplice errore del lapicida oppure esso era collocato su una struttura che presentava un elemento speculare, come lascerebbe supporre la sua particolare inclinazione.
stemma Vico Sant'Andrea
Campobasso
 Una conferma, infine, per tutto il nostro ragionamento si trova a Cercemaggiore, nel Convento di Santa Maria della Libera, ed è il noto stemma coniugale (Vannozzi, Miele 1980, Millemetri 2011) che “celebra” le nozze tra Alberico Carafa e Giovannella di Molise. Ancora una partitura con a “destra” le insegne del marito ed a “sinistra” quelle della moglie.
Al termine di questo processo deduttivo, quindi, asseriamo, senza tema di smentita che su porta San Paolo campeggia l’emblema dei Molise. Inoltre visitando, tra i tanti, il sito dell’archivio storico di Crotone ci si imbatte nell’antica famiglia aristocratica crotonese dei Nola de Molise avente “d’oro, alla banda “torchina” caricata da tre scudi”: in parole povere un vessillo identico a quello di donna Tommasella. 


stemma coniugale Cercemaggiore
 (foto Franco Valente)

A questo punto la naturale successiva fase di studio ci riconduce al di lei consorte. Chi era costui? Riccardo I o il nipote di questi, Riccardello, generato dalla figlia Sibilia? E di conseguenza lo stemma dei Monforte di Campobasso è realmente il “loro” oppure è, come da tempo sospettiamo, l’arme esclusiva della famiglia Gambatesa?
La famiglia Monforte, che vantava origini francesi (Monfort) esibiva “d’argento al leone d’azzurro tenente con le branche anteriori uno scudetto d’oro caricato di 5 code d’ermellino di nero”.  
Eppure in nessuna delle nostre Terre si trova un simile stemma. Nelle città che furono dei Monforte-Gambatesa, invece, è ripetutamente scolpita “la croce d’argento accantonata di rose su fondo d’oro” (Croce 2001) ovvero “di rosso alla croce scorciata di oro, accantonata da 4 rose dello stesso” (Padiglione 1914). 
Al di la dei “colori” il dato rilevante è che solo nel “Contado di Molise” risulta diffuso lo scudo con croce e rose. A Campobasso ve ne sono ben 4: Porta Sant’Antonio Abate, atrio del Comune (proveniente dalla distrutta Porta San Leonardo?), arco dell’ingresso sul ponte levatoio del Castello e pietre angolari inglobate nel torrione meridionale dello stesso. A Tufara se ne possono ammirare “uno sulla porta del centro storico ed uno sul campanile della locale parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo”(De Benedittis ne "Il Castello di Tufara" AA.VV. 1990).
Stemma Monforte Gambatesa
atri del comune di Campobasso
Infine a Santa Maria della Strada (Matrice) è conservata un’acquasantiera con scudo a testa di cavallo contenente l’oramai celebre croce accantonata. Necessiterebbe sicuramente “allargare” le ricerche, appurando, ad esempio, quali fossero le insegne di Federico Monforte detto Gambatesa, feudatario di Rocca d’Evandro, che nel 1528 osò ribellarsi a Carlo V (Gleijeses 1981). Quel suo castello fu preso dalle bande del Maramaldo ed il tesoro di Montecassino, ivi nascosto, divenne preda degli assalitori. Filiberto Campanile (Campanile 1610) ritiene, però, che costui non abbia relazione alcuna con i “nostri” Monforte Gambatesa.
Facendo un passo indietro stupisce alquanto che finanche lo “storico della Famiglia Monforte”, il vescovo illuminista Alessandro Maria Kalefati (Kalefati 1778), nella sua opera, riprodotta nel 2013 in copia anastatica, ignori le quattro rose in favore del “leone”.  
Non è da escludere che l’episcopo non abbia mai visitato il Molise. All’alto prelato fa eco, a distanza di più d’un secolo, il Trombetta che, in una sua famosa cartolina, affianca appunto il leone, con scudo e code d’ermellino, ad un ritratto del conte Cola (presumibilmente ispirato all’incisione ottocentesca del napoletano Carlo Biondi). 
cartolina trombetta
con ritratto del conte Cola e lo stemma
 "Monfort" di Francia

Il Masciotta (Masciotta 1914) nelle notizie feudali relative a Tufara tralascia totalmente il prenome Monforte: titolari ne furono i Gambatesa la cui signoria finì nel 1465. Per spiegare tale data egli rimanda alle vicende legate ai Gambatesa (poi Gambatesa-Monforte) conti di Campobasso e si riferisce alla cacciata di Nicola II (il conte Cola) da parte del re Ferrante.
Benedetto Croce (Croce 2001), più o meno volutamente spinge ad ulteriori riflessioni instillando il dubbio, poiché scrive quasi indistintamente di Gambatesa, Monforte e Monforte-Gambatesa. Il De Gingins, in un lavoro rimasto inedito (Croce 2001), negò che Cola di Campobasso fosse “di quella famiglia” (Monfort), perché in realtà era un Gambatesa, e che ne aveva preso il nome per rivendicare un’eredità da un “ramo” in via di estinzione. Ma “ciò non è esatto -ribatte Croce- perché il conte di Termoli, al quale si allude, era esso stesso un Gambatesa, e perché questi Gambatesa erano veramente dei Monforte, che, per essersi estinta la famiglia Gambatesa, avevano aggiunto al loro proprio un secondo cognome: Monforte alias Gambatesa, come si trovano chiamati”. Infatti Riccardo di Gambatesa (anni ‘70 del 1200 - 1326), “ostiario e familiare regio”, non ebbe figli maschi. Nominato tutore di Giovannuccio Monforte, maturò verso di lui un così profondo affetto da concedergli la mano della figlia Sibilia. Per salvare dall’estinzione il suo casato chiese ed ottenne, nel testamento, che il nipote Riccardello aggiungesse al proprio cognome quello materno: Riccardo II, figlio di Giovanni fu pertanto il primo Monforte-Gambatesa. Ciò lascia supporre, con ragionevole certezza, che venne fatta propria anche l’Arme di quell’antica ed importante schiatta.
ritratto del Conte Cola
(archivio Giovanni Fanelli)
 Per forza di cose eccoci di nuovo al matrimonio tra Tommasa e Riccardo i cui fasti furono impressi sulla ceramica oggi conservata nel Museo Sannitico. Tra i genealogisti regna una certa confusione. Per Croce e Gasdia egli era Riccardo II (Riccardello) e quindi si dovrebbero raccogliere altre “prove” per dimostrare che questi, oltre al “nomen”, avesse assunto anche il vessillo. Accettando invece la versione del Campanile, del Kalefati o del Masciotta (Campanile 1610, Kalefati 1778, Masciotta 1914), per i quali la figlia di Guglielmo de Molisio sposò Riccardo I, “l’insigne difensore di Genova ai tempi di re Roberto” d’Angiò, si è dinanzi al più classico dei sillogismi: lo sposo è il Gambatesa, lo stemma è il suo, “le quattro rose” sono esclusive dei Gambatesa. Tanto basterebbe per trarre delle conclusioni, ma continuando a consultare il vasto maremagnum offerto da internet si scopre che in Piemonte erano signori di Roure e consignori di Maria dei Gambatesa aventi “di rosso la croce scorciata, accantonata da quattro rose, il tutto d’oro”, così come anche riportato in Padiglione (Padiglione 1914). Potrebbe forse trattarsi di qualche discendente trasferitosi ai confini con la Francia? La croce è “scorciata”, cioè i quattro bracci, uguali, non toccano i lembi dello scudo mentre l’emblema Gambatesa-Monforte ha la croce piena, vale a dire che arriva a toccarne i bordi. Come per i Molise, però, non si può escludere si tratti di una variante generatasi nel tempo. Lo stesso Gasdia li cita tutti e due (Gasdia 1960) associandoli entrambi ai signori di Campobasso

Stemma Riccardo Gambatesa
(immagine Federico Bona)
In nostro favore, a fugare ogni dubbio, un testimone d’eccezione nella persona di Federico Bona, fondatore e gestore del sito “Blasonario della famiglie subalpine”. Egli, da noi interpellato, ha senza dubbi o incertezze tempestivamente risposto ad un nostro quesito: “i feudi di Roure e di Maria nel Nizzardo furono di Riccardo di Gambatesa Siniscalco di Piemonte”. Del resto approfondendo lo studio della sua biografia si constata che costui, oltre che giustiziere dell’Abruzzo Ulteriore, fu siniscalco di Folcarquier e di Provenza. Originaria di questa provincia era la nobile Caterina, con cui contrasse matrimonio, acquisendo un sempre più saldo legame con quell’area geografica.
Una doverosa osservazione è che solo con Nicola II “Monforte Gambatesa Molise De Cabannis” (Gasdia 1960) scompaiono in via definitiva tutti gli altri cognomi. Probabilmente perché il conte Cola, personaggio tanto grande quanto ambizioso, l’unico a poter reggere il confronto con il suo illustre avo, cercò di nobilitare ancor più la sua origine ricollegandosi ai Monfort (francesi) elidendo, ingiustamente, il cognome Gambatesa che comunque non era davvero secondo a nessuno. Tanta fu, infatti, la fama di Riccardo di Gambatesa, conosciuto quale virtuoso e “savio signore”, vincitore in battaglia dei Savoia e dei Visconti, che in qualità di vicario (viceré) difese con somma abilità bellica, ed elevate capacità di comando, Genova da un assedio che il Villani (http://www.treccani.it/enciclopedia/riccardo-gambatesa_(Dizionario-Biografico) non esitò a paragonare a quello di Troia.
Lo stemma dei Monforte di Campobasso, quindi, non è il blasone di un ramo cadetto e, pertanto di minor lignaggio, di una discendenza d’oltralpe, bensì è la firma lasciata nella Storia da una Famiglia tutta Molisana, quella dei Gambatesa, che la Storia stessa ha contribuito a scrivere.



Si ringraziano Franco Valente e Stefano Vannozzi per le piacevoli chiacchierate, i preziosi suggerimenti e gli amichevoli nonché stimolanti dissensi. I costruttivi confronti con i due studiosi hanno, anche se indirettamente, contribuito alla la genesi di questa nostra riflessione.


Bibliografia:

AA.VV., 1990, Il Castello di Tufara, Lanciano.
AA.VV., 2011, Millemetri, la rivista di Cercemaggiore n° 2, Cercemaggiore.
Croce, Benedetto. Ristampa 2001. Croce: Cola Di Monforte, conte di Campobasso, Campobasso.
Padiglione Carlo. 1914, Trenta Centurie di Armi gentilizi, Napoli.
Di Iorio, Eduardo. 1978, Campobasso itinerari di storia e di arte, Campobasso.
Filiberto Campanile. 1610, L’armi, overo insegne de’ nobili, Napoli.
Gasdia, Vincenzo Eduardo Gasdia. 1960, Storia di Campobasso, volume II, Verona.
Gleijeses, Vittorio, 1981, Castelli in Campania, Napoli.
Kalefati, Alessandro Maria. 1778, Dissertazione istorico-critica della famiglia Monforte dei conti di Campobasso, Napoli.
Mancini, Antonino. 1942, Campobasso nel 1742, Campobasso.
Masciotta, Giambattista. 1914,: Il Molise  volume II, Napoli.
Miele, Michele. 1980, La chiesa del Convento di Santa Maria della Libera di Cercemaggiore,
Napoli
Pagano, Mario. 2006, Il più antico pavimento di piastrelle in protomaiolica nel regno di Napoli dal castello di Campobasso, di Riccardo II Gambatesa Monforte, Campobasso.
Touring Club Italiano. 2005, Abruzzo e Molise vol n°22, Milano.


Sitografia:

http://www.archiviostoricocrotone.it/doc/nola_molise.html

lunedì 8 aprile 2013

Nicola II di Monforte in un'incisione ottocentesca di Carlo Biondi. Ma quali erano le sembianze del conte Cola? Un don Rodrigo dal volto poco rassicurante o un affascinante giovane in armi dai fluenti capelli corvini?

Il Quotidiano del Molise
del 08 aprile 2013

di Paolo Giordano

In Santa Maria Maggiore, “l’antica Santa Maria del Monte situata sulla vetta del colle, si conservano due tele con la “Sacra Famiglia” e la “Annunciazione” sulle quali, fra gli oranti, si crede siano raffigurati alcuni membri della famiglia feudale del tempo”. A questa descrizione di Giambattista Masciotta fa eco Vincenzo Eduardo Gasdia scrivendo che “nella chiesa di Santa Maria Maggiore si conservava una sacra conversazione con Vergine e putto tra sante. A’ piedi emerge dalla tela in atto di rivolgersi all’osservatore la testa ed il collo d’un don Rodrigo (in vesti di velluto) dal colletto di merletto bianco: dicono che sia il ritratto del conte Cola che per sua devozione fece dipingere il quadro per la cappella del castello, e dicono pure che le donne della tela riproducono le sembianze di persone della famiglia comitale: cinque almeno!”
Cartolina del Trombetta
Il Campobasso, com’egli era chiamato dalle genti oltramontane, avrebbe avuto un viso poco rassicurante. Nessun afflato mistico e, con occhio scrutatore, guardava il pubblico invece dei santi. Dimostrava poco più di 30 anni, mustacchi e pizzetto tendenti al nero, labbra carnose, espressione arcigna e volitiva, fisico asciutto ed incarnato abbronzato: un vero guerriero.
Apparentemente dissimile la figura tramandataci dal Trombetta. In una nota cartolina datata 23/04/903 appare il profilo di un giovane in armi, con lunghi capelli cadenti sulle spalle. Il suo un volto bello, fiero ed indomito ma di “maniera”, che ricorda gli stereotipi del mondo classico, rispondendo ai gusti estetici del tempo. 
Di questo disegno, stranamente,  non si trova riproduzione né nel lavoro del Gasdia, né in quello del Croce (autorevole studioso e conoscitore del Monforte-Gambatesa). E’ probabile che entrambi abbiamo ritenuto di pura fantasia tale opera e, quindi, storicamente poco attendibile.
E’ grazie ad un altro appassionato cultore della materia, che si è pervenuti ad un’interessante “scoperta”. 
Nella biblioteca personale di Giovanni Fanelli, titolare di “Scripta Manent” (ovvero il chiosco dei libri in piazza Pepe a Campobasso) è stato possibile consultare un estratto della “Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, ornata de loro rispettivi ritratti”, compilata da diversi letterati ed edita (dal 1822) da Nicola Gervasi, “mercante di stampe”. Carmine Modestino da Paterno è autore della scheda sul conte “Niccola II di Campobasso”. Ad arricchire i volumi le incisioni raffiguranti i vari personaggi, realizzate da Carlo Biondi, artista italiano attivo nella Napoli del XIX secolo. 
Incisione ottocentesca di Carlo Biondi
(archivio Fanelli)
Cola di Monforte appare proprio così come lo ha immortalato il Trombetta. Stessa anche la didascalia: VII ed ultimo Conte di Campobasso. 
Il Biondi, però, grazie anche alla differente tecnica, riesce forse a  tramandarci meglio i tratti somatici di un autentico condottiero, rude quanto occorre, conoscitore del mondo e dell’arte della guerra. Virile nell’accezione più nobile del termine, cioè uomo valoroso e forte, portatore di principi antichi. 
Quale fu la fonte d’ispirazione? 
La risposta potrebbe fornircela il ritrovamento di quel dipinto che il Gasdia vide agli inizi del 1900 e che già all’epoca era in deperimento. Esso sarà sicuramente andato perso o distrutto. 
Pare che l’arciprete Tarantino non l’abbia portato in Cattedrale, insieme agli altri arredi, durante il trasferimento dalla chiesa dei Monti, abbandonandolo al suo infausto destino. 
Ma, poiché “spes ultima dea”, ci auguriamo che in qualche deposito o sacrestia ci sia ancora quella “sacra conversazione” di cui, come sostiene l’autore di “Storia di Campobasso”, sarebbe determinante stabilire la data di realizzazione. Traendo “conforto da quella, potremmo veramente dire di possedere il ritratto, quanto alla testa, dell’infelice capitano del Molise, conte di Campobasso e sire di Commercy.”

martedì 28 agosto 2012

Nel polittico Quaratesi un pezzo di storia molisana. Questione di dettagli che passano inosservati. Su uno spallaccio del San Giorgio lo stemma dei Monforte di Campobasso


Il Quotidiano del Molise
del 23 aprile 2012

di Paolo Giordano

Non sapremmo dire quanti abbiano notato nel polittico Quaratesi, dipinto nel 1425 da Gentile da Fabriano, un particolare che proietterebbe la nostra “piccola” storia locale in quella più “grande” dalla “S” maiuscola. Tra i santi v’è un San Giorgio con sullo spallaccio dell’armatura un’effige a noi ben familiare: quella dei Monforte. Follia? Delirio? Supponiamo di no! Del resto, pur essendo a quei tempi molto diffuso il culto verso il Santo, il glorioso cavaliere forse annoverava già Campobasso tra le “sue protette”. Infatti prima dell’aprile 1661, anno in cui si istituì la festa di precetto, non risulta che a Campobasso vi fosse un Patrono speciale. In quell’occasione si attestò che “ab immemorabili” San Giorgio era “stato sempre tenuto e stimato per padrone et protittore di detta terra”.
Lo spallaccio, oltre a contenere una croce accantonata da quattro rose, coinciderebbe anche nei colori con quanto asserito da Benedetto Croce: “rosso alla croce in campo d’oro”. Ma che legame potrebbe esserci tra i nobili molisani e l’importante famiglia Quaratesi? E’ basilare osservare che costoro abbandonarono i ghibellini diventando sostenitori della parte guelfa. Quale nostro “conterraneo” ebbe contatti con la Toscana? Nel 1326 Riccardo di Gambatesa è a Firenze dove, caduto gravemente malato in casa di Vanni Bonaccorsi (in hospicio Vanni Bonaccursi civis Florentini), detta testamento. Trasmette a suo nipote, Riccardello Monforte (Riccardo II), figlio della figlia e di Giovanni Monforte, la maggior parte dei suoi beni stabilendo che aggiunga al suo cognome quello dei Gambatesa. Riccardo (Viceré) aveva combattuto in Liguria con re Roberto d’Angiò, quindi con la parte guelfa, la stessa dei Quaratesi. Siamo però a cento anni prima dell’opera di Gentile ed il Gambatesa non ebbe mai legami diretti con Campobasso. Vi fu poi fu Guglielmo (detto Lemmo), nipote di Riccardo II, che “fu dal re Ladislao fatto consigliere di Stato, e suo Viceré in Campagna di Roma e Maremma e fu il III conte di Campobasso” (Dissertazione istorico critica della famiglia Monforte -1778). Di lui si hanno notizie in Città fino al 1422, poi gli successe il figlio Nicola I. Nella predella del Polittico sono raffigurate delle storie dalla vita di San Nicola, quella ai piedi di San Giorgio è il Miracolo dei pellegrini alla tomba del santo: chi vi si reca trova guarigione. Un riferimento al Nicola di Campobasso? Tutto il ragionamento sembrerebbe trasudare fantasia… ma forse la gloria militare ed il coraggio di un irreprensibile cavaliere come Riccardo di Gambatesa, distintosi in tutta Italia per le sue gesta, nonché la rettitudine dei suoi discendenti, unitamente ad un ipotizzabile duraturo legame (anche di sangue) con le genti toscane, avrebbero potuto indurre i committenti a rendere omaggio ai Monforte. Probabilmente per valore ed ardimento in battaglia o forse per saggezza nel buon governo. O addirittura per onorare la sepoltura del Condottiero molisano (della cui tomba non si ha traccia) e la cui memoria potrebbe essere sopravvissuta per generazioni presso chi lo conobbe.

i due "stemmi" contrapposti
Il capolavoro di Gentile da Fabriano è attualmente smembrato e conservato in più musei del mondo. E’ la realizzazione più importante del soggiorno fiorentino dell'artista dopo la Pala Strozzi. Insomma, con un singulto d’amor patrio ci piace veramente credere che quello sulla spalla del “nostro” santo Patrono sia realmente il blasone del conte Cola. Lo stemma che da 600 anni ci scruta dall’alto dell’inespugnabile castello, simbolo della tanto amata Campobasso.

La predella con scene della vita di San Nicola

Il San Giorgio di Gentile da Fabriano

disegno del Cobelli 
da "Storia di Campobasso"
di Vincenzo Eduardo Gasdia

Stemma dei Monforte di Campobasso, "rivelazioni" dal passato. La croce con le quattro rose potrebbe essere strettamente collegata alla famiglia "Gambatesa"

Il Quotidiano del Molise
del 22 aprile 2012



di Paolo Giordano

La Storia si scrive documenti alla mano, eppure in attesa (e nella speranza) che qualcosa di nuovo venga scoperto, è quanto mai opportuno esternare dei pensieri che potrebbero attribuirci la paternità di alcune deduzioni… se non rivelazioni.
Stemma da
"dissertazione"
La famiglia Monforte, che vantava origini francesi, aveva come stemma “un leone di azzurro in campo d’argento sostenente uno scudetto di oro caricato di cinque code d’ermellino”. Se ne trovano svariate testimonianze. Quella a noi più vicina è una cartolina del Trombetta, ma possiamo citare lo stemma del vescovo di Tropea (1786-1798) Giovanni Vincenzo Monforte, nonché l’effigie nel libro “Dissertazione istorico-critica della famiglia Monforte” (1778). In  Molise, e solo qui, la nobile casata si fregiava di uno stemma ben diverso: “una croce accantonata da quattro rose abbottonate”. Esso era (ed è) incastonato sul ponte levatoio del Castello di Campobasso e su alcune porte cittadine. Ancora è visibile in diversi punti della città e della regione tutta. La nostra (azzardata?) ipotesi è che in realtà si tratti dello stemma della famiglia Gambatesa, il cui ultimo insigne rappresentante Riccardo, non avendo discendenti maschi adottò di fatto un Monforte, Giovanni, di cui era stato nominato tutore. Questi sposò la di lui figlia Sibilia con cui generò Riccardo II (Riccardello). Il nobile cavaliere Riccardo I, le cui gloriose gesta sono purtroppo poco note ai molisani, consentì al nipote, nel suo testamento redatto in Firenze il 02/10/1326, di assumere anche il cognome Gambatesa. 
Di questa famiglia, sicuramente molto più importante del “nostro ramo” Monforte, non si conoscono le insegne e viene da pensare che proprio perché più titolata, il giovane rampollo divenuto Monforte-Gambatesa abbia fatto proprio lo stemma del nonno. Benedetto Croce parla di Monforte-Gambatesa e fu l’ambizioso Cola a “lasciar cadere” il secondo cognome, quasi a voler eliminare ciò che metteva in ombra la sua casata d’origine. A Tufara vi sono ben due emblemi della gens Monforte, mentre nella vicina “madrepatria” Gambatesa non si trova alcuna traccia. Ciò è apparentemente strano, ma abbastanza comprensibile. Potrebbe trattarsi di una vera e propria damnatio memoriae voluta anche dai di Capoa, “eredi “ dei possedimenti monfortiani dopo il tradimento di Cola e dei suoi discendenti. Però, nella chiesa di San Bartolomeo, sul fonte battesimale, v’è un’arma parlante, cioè contenente una figura che richiama direttamente il nome del paese. E’ ben visibile la data: 1523. Nicola III, ultimo conte di Campobasso, era a quel tempo già defunto come del resto il fratello Angelo IV e quella “gamba-tesa” appare un definitivo affrancarsi dalla gloriosa genìa, in vero estintasi nel 1326 con Riccardo I, ultimo dei Gambatesa.
Sono queste solo farneticazioni? Forse sì! Ma se un domani si dovesse dimostrare con prove concrete quel che oggi noi deduciamo, affidandoci all’intuito… beh, se dovesse accadere è inconfutabilmente nostra la paternità di questa tesi!

A dimostrazione "postuma" si invita l'internauta a leggere l'articolo qui linkato 

Lo stemma della famiglia Monforte
su porta Sant'Antonio Abate a Campobasso


Stemma dalla cartolina del Trombetta

stemma del Vescovo di Tropea
Giovanni Vincenzo Monforte (1786-1798)