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martedì 28 agosto 2012

Nel polittico Quaratesi un pezzo di storia molisana. Questione di dettagli che passano inosservati. Su uno spallaccio del San Giorgio lo stemma dei Monforte di Campobasso


Il Quotidiano del Molise
del 23 aprile 2012

di Paolo Giordano

Non sapremmo dire quanti abbiano notato nel polittico Quaratesi, dipinto nel 1425 da Gentile da Fabriano, un particolare che proietterebbe la nostra “piccola” storia locale in quella più “grande” dalla “S” maiuscola. Tra i santi v’è un San Giorgio con sullo spallaccio dell’armatura un’effige a noi ben familiare: quella dei Monforte. Follia? Delirio? Supponiamo di no! Del resto, pur essendo a quei tempi molto diffuso il culto verso il Santo, il glorioso cavaliere forse annoverava già Campobasso tra le “sue protette”. Infatti prima dell’aprile 1661, anno in cui si istituì la festa di precetto, non risulta che a Campobasso vi fosse un Patrono speciale. In quell’occasione si attestò che “ab immemorabili” San Giorgio era “stato sempre tenuto e stimato per padrone et protittore di detta terra”.
Lo spallaccio, oltre a contenere una croce accantonata da quattro rose, coinciderebbe anche nei colori con quanto asserito da Benedetto Croce: “rosso alla croce in campo d’oro”. Ma che legame potrebbe esserci tra i nobili molisani e l’importante famiglia Quaratesi? E’ basilare osservare che costoro abbandonarono i ghibellini diventando sostenitori della parte guelfa. Quale nostro “conterraneo” ebbe contatti con la Toscana? Nel 1326 Riccardo di Gambatesa è a Firenze dove, caduto gravemente malato in casa di Vanni Bonaccorsi (in hospicio Vanni Bonaccursi civis Florentini), detta testamento. Trasmette a suo nipote, Riccardello Monforte (Riccardo II), figlio della figlia e di Giovanni Monforte, la maggior parte dei suoi beni stabilendo che aggiunga al suo cognome quello dei Gambatesa. Riccardo (Viceré) aveva combattuto in Liguria con re Roberto d’Angiò, quindi con la parte guelfa, la stessa dei Quaratesi. Siamo però a cento anni prima dell’opera di Gentile ed il Gambatesa non ebbe mai legami diretti con Campobasso. Vi fu poi fu Guglielmo (detto Lemmo), nipote di Riccardo II, che “fu dal re Ladislao fatto consigliere di Stato, e suo Viceré in Campagna di Roma e Maremma e fu il III conte di Campobasso” (Dissertazione istorico critica della famiglia Monforte -1778). Di lui si hanno notizie in Città fino al 1422, poi gli successe il figlio Nicola I. Nella predella del Polittico sono raffigurate delle storie dalla vita di San Nicola, quella ai piedi di San Giorgio è il Miracolo dei pellegrini alla tomba del santo: chi vi si reca trova guarigione. Un riferimento al Nicola di Campobasso? Tutto il ragionamento sembrerebbe trasudare fantasia… ma forse la gloria militare ed il coraggio di un irreprensibile cavaliere come Riccardo di Gambatesa, distintosi in tutta Italia per le sue gesta, nonché la rettitudine dei suoi discendenti, unitamente ad un ipotizzabile duraturo legame (anche di sangue) con le genti toscane, avrebbero potuto indurre i committenti a rendere omaggio ai Monforte. Probabilmente per valore ed ardimento in battaglia o forse per saggezza nel buon governo. O addirittura per onorare la sepoltura del Condottiero molisano (della cui tomba non si ha traccia) e la cui memoria potrebbe essere sopravvissuta per generazioni presso chi lo conobbe.

i due "stemmi" contrapposti
Il capolavoro di Gentile da Fabriano è attualmente smembrato e conservato in più musei del mondo. E’ la realizzazione più importante del soggiorno fiorentino dell'artista dopo la Pala Strozzi. Insomma, con un singulto d’amor patrio ci piace veramente credere che quello sulla spalla del “nostro” santo Patrono sia realmente il blasone del conte Cola. Lo stemma che da 600 anni ci scruta dall’alto dell’inespugnabile castello, simbolo della tanto amata Campobasso.

La predella con scene della vita di San Nicola

Il San Giorgio di Gentile da Fabriano

disegno del Cobelli 
da "Storia di Campobasso"
di Vincenzo Eduardo Gasdia