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mercoledì 19 ottobre 2016

La "Mezza Canna" in via Cannaviana (già via Borgo) a Campobasso

Il Quotidiano del Molise
del 10/07/2010


di Paolo Giordano

   Se come nelle fiabe gli oggetti parlassero, chi sa quanto potrebbe raccontare l’apparentemente insignificante barra di ferro murata in via Cannavina al civico 7.
   In realtà si presenta da sola: su di essa è scritto “mezza canna”.
   Era l’unità di misura di riferimento per il mercato di Campobasso inserita in Porta Borgo, anche detta Porta San Leonardo.
   Di questa struttura oltre ad essere ancora visibile, all’interno di una vetrina, l’emiciclo di un torrazzo esistono i due stemmi un tempo incastonati nell’architrave.
   Il più antico è quello del Conte Cola, l’altro è della città di Campobasso, ed oggi sono entrambi conservati nell’atrio del Municipio.
   L’Albino, nato nel 1827, ebbe modo di vederla personalmente e la descrive come “assai ben decorata e di corretto stile architettonico”.
   Porta San Leonardo, che era l’accesso principale al nucleo fortificato, fu distrutta nel 1836 ed utilizzata dai cittadini quale “cava” di pietra per costruire.
   A detta del Mancini era “più grande e bella delle altre”.
   L’attraversò Ferrante II Gonzaga, signore di Campobasso, nel 1584 e nel 1588 insieme alla moglie, la principessa Vittoria Doria, e la loro figlia Zenobia.
   In una lunetta della Banca d’Italia il pittore Nicola Biondi ha immortalato l’ingresso di un altro Gonzaga, Ferrante I, ma non si hanno documenti certi di una sua visita in città.
   Solo la mezza canna potrebbe dirimere ogni dubbio e narrarci questa ed altre vicende epiche, o semplici storie quotidiane, a cui lei stessa ha assistito in tanti secoli.
   Troppo banale concludere questa divagazione con la solita lamentosa constatazione sullo stato di abbandono delle memorie storiche cittadine.

   Si vuole, invece, credere che un’Amministrazione, un Ente, un imprenditore illuminato o un’Associazione commissionerà una targa che illustri ai passanti cosa rappresenti quell’apparentemente insignificante barra di ferro.

martedì 9 aprile 2013

Porta San Paolo a Campobasso, svolta decisiva nelle indagini per l'attribuzione dello stemma. L'emblema appartiene inconfutabilmente alla Famiglia de Molisio.


Il Quotidiano del Molise
del 03/12/2011


di Paolo Giordano


Cercemaggiore il Castello
(Orfanotrofio "Mater Orphanorum")
Lo stemma di porta San Paolo a Campobasso, per secoli non attribuito a nessuna famiglia nobiliare, appartiene ai de Molisio
Già nel maggio 2010 sostenemmo, con convinzione ed argomentazioni, che quelle sono le insegne dei discendenti di Rodolfo de Moulins. Tale interpretazione non fu da tutti condivisa. 
Eppure si deve proprio all’architetto Franco Valente (all’epoca non del tutto convito dal nostro “ragionamento”) una svolta decisiva nelle “indagini”. Con l’indiscutibile correttezza dello studioso, pur se in “conflitto” con le sue iniziali convinzioni, ci ha segnalato un emblema presente nel convento di Cercemaggiore. 
Stemma coniugale
Alberico Carafa-Giovannella di Molise
Si tratta di uno stemma partito verticalmente che testimonia un’unione coniugale. 
Il Lui, a sinistra per chi guarda, è certamente un Carfa. La Lei, come nel caso di Campobasso, si fregiava di un blasone con tre scudetti su banda. Gli sposi sono Alberico Carafa e Giovannella, figlia ed erede di Paolo di Molise. A lei, già sposa, nel 1478 il re Ferrante d’Aragona affidò il borgo di “Cerca Maggiore”. Il feudo rimarrà poi a lungo tra i possedimenti dei Carafa.
La chiesa di Santa Maria della Libera, in Cercemaggiore, edificata dal 1412, anno del ritrovamento della preziosa statuetta lignea, subì gravi danni a seguito del terremoto del 15 dicembre 1456.
Probabilmente qui si unirono in matrimonio i due nobili o, a testimonianza del loro impegno nella ricostruzione, lasciarono semplicemente una “firma”. Infatti è stata tramandata ai posteri la benevolenza dei Carafa verso la chiesa ed il convento, nonché il loro prodigarsi nel porre riparo ai danni causati dal cataclisma. Ulteriori indagini sapranno spiegarci il perché della presenza in loco del simbolo coniugale. 
Quel che adesso importa è evidenziare che si conferma inconfutabilmente l’attribuzione del non più misterioso scudo incastonato su porta San Paolo a Campobasso.


lo stemma su Porta San Paolo a Campobasso






Cercemaggiore
"Il Castello"

Cercemaggiore Torre di Caselvatica

lunedì 8 aprile 2013

Nicola II di Monforte in un'incisione ottocentesca di Carlo Biondi. Ma quali erano le sembianze del conte Cola? Un don Rodrigo dal volto poco rassicurante o un affascinante giovane in armi dai fluenti capelli corvini?

Il Quotidiano del Molise
del 08 aprile 2013

di Paolo Giordano

In Santa Maria Maggiore, “l’antica Santa Maria del Monte situata sulla vetta del colle, si conservano due tele con la “Sacra Famiglia” e la “Annunciazione” sulle quali, fra gli oranti, si crede siano raffigurati alcuni membri della famiglia feudale del tempo”. A questa descrizione di Giambattista Masciotta fa eco Vincenzo Eduardo Gasdia scrivendo che “nella chiesa di Santa Maria Maggiore si conservava una sacra conversazione con Vergine e putto tra sante. A’ piedi emerge dalla tela in atto di rivolgersi all’osservatore la testa ed il collo d’un don Rodrigo (in vesti di velluto) dal colletto di merletto bianco: dicono che sia il ritratto del conte Cola che per sua devozione fece dipingere il quadro per la cappella del castello, e dicono pure che le donne della tela riproducono le sembianze di persone della famiglia comitale: cinque almeno!”
Cartolina del Trombetta
Il Campobasso, com’egli era chiamato dalle genti oltramontane, avrebbe avuto un viso poco rassicurante. Nessun afflato mistico e, con occhio scrutatore, guardava il pubblico invece dei santi. Dimostrava poco più di 30 anni, mustacchi e pizzetto tendenti al nero, labbra carnose, espressione arcigna e volitiva, fisico asciutto ed incarnato abbronzato: un vero guerriero.
Apparentemente dissimile la figura tramandataci dal Trombetta. In una nota cartolina datata 23/04/903 appare il profilo di un giovane in armi, con lunghi capelli cadenti sulle spalle. Il suo un volto bello, fiero ed indomito ma di “maniera”, che ricorda gli stereotipi del mondo classico, rispondendo ai gusti estetici del tempo. 
Di questo disegno, stranamente,  non si trova riproduzione né nel lavoro del Gasdia, né in quello del Croce (autorevole studioso e conoscitore del Monforte-Gambatesa). E’ probabile che entrambi abbiamo ritenuto di pura fantasia tale opera e, quindi, storicamente poco attendibile.
E’ grazie ad un altro appassionato cultore della materia, che si è pervenuti ad un’interessante “scoperta”. 
Nella biblioteca personale di Giovanni Fanelli, titolare di “Scripta Manent” (ovvero il chiosco dei libri in piazza Pepe a Campobasso) è stato possibile consultare un estratto della “Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, ornata de loro rispettivi ritratti”, compilata da diversi letterati ed edita (dal 1822) da Nicola Gervasi, “mercante di stampe”. Carmine Modestino da Paterno è autore della scheda sul conte “Niccola II di Campobasso”. Ad arricchire i volumi le incisioni raffiguranti i vari personaggi, realizzate da Carlo Biondi, artista italiano attivo nella Napoli del XIX secolo. 
Incisione ottocentesca di Carlo Biondi
(archivio Fanelli)
Cola di Monforte appare proprio così come lo ha immortalato il Trombetta. Stessa anche la didascalia: VII ed ultimo Conte di Campobasso. 
Il Biondi, però, grazie anche alla differente tecnica, riesce forse a  tramandarci meglio i tratti somatici di un autentico condottiero, rude quanto occorre, conoscitore del mondo e dell’arte della guerra. Virile nell’accezione più nobile del termine, cioè uomo valoroso e forte, portatore di principi antichi. 
Quale fu la fonte d’ispirazione? 
La risposta potrebbe fornircela il ritrovamento di quel dipinto che il Gasdia vide agli inizi del 1900 e che già all’epoca era in deperimento. Esso sarà sicuramente andato perso o distrutto. 
Pare che l’arciprete Tarantino non l’abbia portato in Cattedrale, insieme agli altri arredi, durante il trasferimento dalla chiesa dei Monti, abbandonandolo al suo infausto destino. 
Ma, poiché “spes ultima dea”, ci auguriamo che in qualche deposito o sacrestia ci sia ancora quella “sacra conversazione” di cui, come sostiene l’autore di “Storia di Campobasso”, sarebbe determinante stabilire la data di realizzazione. Traendo “conforto da quella, potremmo veramente dire di possedere il ritratto, quanto alla testa, dell’infelice capitano del Molise, conte di Campobasso e sire di Commercy.”

martedì 28 agosto 2012

Nel polittico Quaratesi un pezzo di storia molisana. Questione di dettagli che passano inosservati. Su uno spallaccio del San Giorgio lo stemma dei Monforte di Campobasso


Il Quotidiano del Molise
del 23 aprile 2012

di Paolo Giordano

Non sapremmo dire quanti abbiano notato nel polittico Quaratesi, dipinto nel 1425 da Gentile da Fabriano, un particolare che proietterebbe la nostra “piccola” storia locale in quella più “grande” dalla “S” maiuscola. Tra i santi v’è un San Giorgio con sullo spallaccio dell’armatura un’effige a noi ben familiare: quella dei Monforte. Follia? Delirio? Supponiamo di no! Del resto, pur essendo a quei tempi molto diffuso il culto verso il Santo, il glorioso cavaliere forse annoverava già Campobasso tra le “sue protette”. Infatti prima dell’aprile 1661, anno in cui si istituì la festa di precetto, non risulta che a Campobasso vi fosse un Patrono speciale. In quell’occasione si attestò che “ab immemorabili” San Giorgio era “stato sempre tenuto e stimato per padrone et protittore di detta terra”.
Lo spallaccio, oltre a contenere una croce accantonata da quattro rose, coinciderebbe anche nei colori con quanto asserito da Benedetto Croce: “rosso alla croce in campo d’oro”. Ma che legame potrebbe esserci tra i nobili molisani e l’importante famiglia Quaratesi? E’ basilare osservare che costoro abbandonarono i ghibellini diventando sostenitori della parte guelfa. Quale nostro “conterraneo” ebbe contatti con la Toscana? Nel 1326 Riccardo di Gambatesa è a Firenze dove, caduto gravemente malato in casa di Vanni Bonaccorsi (in hospicio Vanni Bonaccursi civis Florentini), detta testamento. Trasmette a suo nipote, Riccardello Monforte (Riccardo II), figlio della figlia e di Giovanni Monforte, la maggior parte dei suoi beni stabilendo che aggiunga al suo cognome quello dei Gambatesa. Riccardo (Viceré) aveva combattuto in Liguria con re Roberto d’Angiò, quindi con la parte guelfa, la stessa dei Quaratesi. Siamo però a cento anni prima dell’opera di Gentile ed il Gambatesa non ebbe mai legami diretti con Campobasso. Vi fu poi fu Guglielmo (detto Lemmo), nipote di Riccardo II, che “fu dal re Ladislao fatto consigliere di Stato, e suo Viceré in Campagna di Roma e Maremma e fu il III conte di Campobasso” (Dissertazione istorico critica della famiglia Monforte -1778). Di lui si hanno notizie in Città fino al 1422, poi gli successe il figlio Nicola I. Nella predella del Polittico sono raffigurate delle storie dalla vita di San Nicola, quella ai piedi di San Giorgio è il Miracolo dei pellegrini alla tomba del santo: chi vi si reca trova guarigione. Un riferimento al Nicola di Campobasso? Tutto il ragionamento sembrerebbe trasudare fantasia… ma forse la gloria militare ed il coraggio di un irreprensibile cavaliere come Riccardo di Gambatesa, distintosi in tutta Italia per le sue gesta, nonché la rettitudine dei suoi discendenti, unitamente ad un ipotizzabile duraturo legame (anche di sangue) con le genti toscane, avrebbero potuto indurre i committenti a rendere omaggio ai Monforte. Probabilmente per valore ed ardimento in battaglia o forse per saggezza nel buon governo. O addirittura per onorare la sepoltura del Condottiero molisano (della cui tomba non si ha traccia) e la cui memoria potrebbe essere sopravvissuta per generazioni presso chi lo conobbe.

i due "stemmi" contrapposti
Il capolavoro di Gentile da Fabriano è attualmente smembrato e conservato in più musei del mondo. E’ la realizzazione più importante del soggiorno fiorentino dell'artista dopo la Pala Strozzi. Insomma, con un singulto d’amor patrio ci piace veramente credere che quello sulla spalla del “nostro” santo Patrono sia realmente il blasone del conte Cola. Lo stemma che da 600 anni ci scruta dall’alto dell’inespugnabile castello, simbolo della tanto amata Campobasso.

La predella con scene della vita di San Nicola

Il San Giorgio di Gentile da Fabriano

disegno del Cobelli 
da "Storia di Campobasso"
di Vincenzo Eduardo Gasdia

Stemma dei Monforte di Campobasso, "rivelazioni" dal passato. La croce con le quattro rose potrebbe essere strettamente collegata alla famiglia "Gambatesa"

Il Quotidiano del Molise
del 22 aprile 2012



di Paolo Giordano

La Storia si scrive documenti alla mano, eppure in attesa (e nella speranza) che qualcosa di nuovo venga scoperto, è quanto mai opportuno esternare dei pensieri che potrebbero attribuirci la paternità di alcune deduzioni… se non rivelazioni.
Stemma da
"dissertazione"
La famiglia Monforte, che vantava origini francesi, aveva come stemma “un leone di azzurro in campo d’argento sostenente uno scudetto di oro caricato di cinque code d’ermellino”. Se ne trovano svariate testimonianze. Quella a noi più vicina è una cartolina del Trombetta, ma possiamo citare lo stemma del vescovo di Tropea (1786-1798) Giovanni Vincenzo Monforte, nonché l’effigie nel libro “Dissertazione istorico-critica della famiglia Monforte” (1778). In  Molise, e solo qui, la nobile casata si fregiava di uno stemma ben diverso: “una croce accantonata da quattro rose abbottonate”. Esso era (ed è) incastonato sul ponte levatoio del Castello di Campobasso e su alcune porte cittadine. Ancora è visibile in diversi punti della città e della regione tutta. La nostra (azzardata?) ipotesi è che in realtà si tratti dello stemma della famiglia Gambatesa, il cui ultimo insigne rappresentante Riccardo, non avendo discendenti maschi adottò di fatto un Monforte, Giovanni, di cui era stato nominato tutore. Questi sposò la di lui figlia Sibilia con cui generò Riccardo II (Riccardello). Il nobile cavaliere Riccardo I, le cui gloriose gesta sono purtroppo poco note ai molisani, consentì al nipote, nel suo testamento redatto in Firenze il 02/10/1326, di assumere anche il cognome Gambatesa. 
Di questa famiglia, sicuramente molto più importante del “nostro ramo” Monforte, non si conoscono le insegne e viene da pensare che proprio perché più titolata, il giovane rampollo divenuto Monforte-Gambatesa abbia fatto proprio lo stemma del nonno. Benedetto Croce parla di Monforte-Gambatesa e fu l’ambizioso Cola a “lasciar cadere” il secondo cognome, quasi a voler eliminare ciò che metteva in ombra la sua casata d’origine. A Tufara vi sono ben due emblemi della gens Monforte, mentre nella vicina “madrepatria” Gambatesa non si trova alcuna traccia. Ciò è apparentemente strano, ma abbastanza comprensibile. Potrebbe trattarsi di una vera e propria damnatio memoriae voluta anche dai di Capoa, “eredi “ dei possedimenti monfortiani dopo il tradimento di Cola e dei suoi discendenti. Però, nella chiesa di San Bartolomeo, sul fonte battesimale, v’è un’arma parlante, cioè contenente una figura che richiama direttamente il nome del paese. E’ ben visibile la data: 1523. Nicola III, ultimo conte di Campobasso, era a quel tempo già defunto come del resto il fratello Angelo IV e quella “gamba-tesa” appare un definitivo affrancarsi dalla gloriosa genìa, in vero estintasi nel 1326 con Riccardo I, ultimo dei Gambatesa.
Sono queste solo farneticazioni? Forse sì! Ma se un domani si dovesse dimostrare con prove concrete quel che oggi noi deduciamo, affidandoci all’intuito… beh, se dovesse accadere è inconfutabilmente nostra la paternità di questa tesi!

A dimostrazione "postuma" si invita l'internauta a leggere l'articolo qui linkato 

Lo stemma della famiglia Monforte
su porta Sant'Antonio Abate a Campobasso


Stemma dalla cartolina del Trombetta

stemma del Vescovo di Tropea
Giovanni Vincenzo Monforte (1786-1798)

venerdì 11 maggio 2012

La "cantina di Fiammifero" a Campobasso, ovvero l'ex chiesa di Sant'Angelo. Quando l'oste Giovanni Belnudo trasformò una malfamata taverna in ricercato luogo d'incontro per i campobassani..


Il Quotidiano del Molise
del 10 maggio 2012 


di Paolo Giordano

stampa ottocentesca 

con la chiesa di Sant'Angelo
“Segue dalla parte di sotto del castello la parrocchia di Sant’Angelo… si fa festa solenne nel giorno di S. Michele. Vi è il parroco seù Rettore, con 2 sacerdoti partecipanti con l’altra parrocchia di S. Mercurio… quali vanno unite per la tenuità delle entrate”. Così relaziona nel 1688 il Nauclerio, testimoniando anche l’avvenuta fusione a seguito della pestilenza (1656), quando per la riduzione della popolazione si erano “razionalizzati” i servizi. La struttura dell’antichissima chiesetta (a cui era annesso il cimitero di San Mercurio alli Monti), già menzionata in un documento del 1241, era ancora visibile a poche decine di metri dal maniero fino agli anni ’50 del ‘900. Vi si cessò di officiare nel 1829 e la statua di San Michele scese a valle: oggi è conservata nella chiesa di Sant’Antonio Abate. Poi con un passaggio di proprietà tutto da scoprire i ruderi dell’edificio sacro, campanile incluso, furono trasformati in taverna. Il primo oste, Giovanni Girardi detto Fiammifero, fu responsabile di un atto che oggi riterremmo sconsiderato se non addirittura “criminale”. 
(mr.valavennis..er..ù-s-a..s)
l'iscrizione osca 
trascritta dal Balzano
Per salvaguardare i clienti fece manipolare da uno scalpellino la scivolosa lastra in pietra che fungeva da soglia alla porta d’ingresso.
 Su di essa era incisa un’iscrizione in lingua osca andata irrimediabilmente perduta. 

Il caso volle che lo studioso abruzzese Vincenzo Balzano ne avesse trascritto il contenuto, dal Gasdia poi riportato nei suoi studi.
Negli anni ‘20 del ‘900, pur mantenendo la vecchia “insegna”, la gestione della fino ad allora malfamata cantina passò a Giovanni Belnudo, un ingegnaccio dalla numerosa famiglia: aveva ben 9 figli. Egli era un tomaista che confezionava scarpe “miracolose”, degne di San Crispino, rendendo inoffensivi calli, duroni ed ogni altra fonte di tortura per i piedi. Negli anni 27-28 confezionò un pallone per la squadra di calcio del Campobasso ed ottenne anche l’appalto della fornitura di scarpe ai soldati del locale distretto, i quali così marciarono sicuramente con molte meno sofferenze. Grazie a lui “Fiammifero” divenne un approdo ricercatissimo dai campobassani e, particolarmente nei mesi caldi, c’era l’assalto ai tavoli all’aperto: un’altra felice intuizione del cantiniere. “Funzionava a vino, anche se proprio il vino era escluso dalla licenza. Speciali “le caponate”, le pizze al pomodoro ed il soffritto” (V.Vigliardi – 30 anni sotto il Monforte).
Giovanni Belnudo 
(primo a sinistra) 
foto tratta dal libro di 
Venanzio Vigliardi
Il Belnudo si approvvigionava del nettare di Bacco (uno dei migliori prodotti della regione) girando con il suo carretto per i vari paesi. Il sabato sera si registrava il tutto esaurito: partite a carte, chiacchiere e gioia di vivere. L’ultimo giorno di maggio, per la festa della Madonna dei Monti, l’ex chiesa si illuminava con i palloncini veneziani fabbricati dall’eclettico Giovanni. Poi, contrariamente a quel che avvenne a Cana di Galilea, il vino si tramutò in acqua: i lavori per la costruzione dell’Acquedotto spazzarono via tutto!
Il fascino di un’epoca resta nelle parole della dedica scritta da Bigi nel 1928 in occasione della pubblicazione di “Rime Allegre” di Trofa: “C’è Fiammifero che ci aspetta col vinello un po’ arzente e col suo capo di salsiccia…tavolo pronto… tu da una parte, io dall’altra… si mangia, si beve, si ride…e si lavora”.

il castello Monforte con i ruderi
della chiesa di Sant'Angelo
La chiesa trasformata in "cantina" ,
è ben visibile il tetto dell'edificio



lunedì 16 gennaio 2012

La croce viaria esposta nella chiesa di San Bartolomeo a Campobasso: simbolo religioso e di memoria storica


Il Quotidiano del Molise
 del 16 gennaio 2012

Un'antica stampa (1858) raffigurante la chiesa di San Bartolomeo.
A sinistra è ben visibile la croce viaria

di Paolo Giordano

Fascino e “soggezione” ispira la croce lapidea posta al lato dell’altare in San Bartolomeo a Campobasso. 
la matricola silvestri
con il disegno della croce viaria
Il testimone oculare Gasdia, che la vide su quel cippo ancor oggi nell’angolo tra chiesa e canonica, suppone  che originariamente si trovasse sul sagrato tra le due chiese di San Giorgio e di Santa Croce del Battente (attuale istituto delle Iammacolatine). Di essa si trova menzione e “raffigurazione” nella “matricola silvestri”, l’antico documento del Silvestro, parroco di San Giorgio, in cui si parla di un orto, proprietà della chiesa già dal 1238, posto “dalla parte di nanzi la Croce di Pietra et olim Piazza della Terra, quando era sopra..” L’autore la colloca senza esitazione presso la cinta muraria di Ugo II di Molise “da dietro altra strada che esce alla porta Fida vulgo detto la porta Fredda”. Il sacerdote correda il suo scritto con piantine e disegni tra cui anche la croce viaria, elemento determinante nell’urbanistica e nella cultura medioevale. L’opera esposta in san Bartolomeo, quindi, non è solo un simbolo religioso, ma una vera e propria reliquia della nostra “storia patria”.



 
 






fotografie
di Pietro Matropietro

giovedì 10 novembre 2011

Il Castello Monforte "regala" un pezzo di storia. Ritrovata una protomaiolica durante la giornata ecologica organizzata dall'associazione Fare Verde.


il Quotidiano del Molise del 30/10/2011

di Paolo Giordano

protomaiolica conservata nel
museo Sannitico di Campobasso
Durante la manifestazione “Oh che bel castello”, organizzata in ottobre dall’associazione Fare Verde per ripulire l’area del Castello Monforte, è stata rinvenuta una protomaiolica in un cumulo di detriti, probabilmente relativi a lavori svolti anni addietro nella chiesa o nel vicino convento. L’importante reperto si “sposa” con quelli ritrovati durante il lavoro di consolidamento del castello nel 1991 e conservati nel Museo Sannitico di Campobasso. Si tratta di una ceramica, tipica dell'Italia meridionale e della Sicilia di età federiciana (XII–XIII sec.), lavorata con un metodo innovativo rispetto alle tecnologie dell’epoca. Dal Tavoliere tale tecnica si diffuse in Molise, dove si individua una vera e propria produzione locale. Alla luce di questo fortuito ritrovamento non può che prendersi atto di come la collina di Monte sant’Antonio abbia ancora tanto da offrire in termini di studio e ricerca. I campobassani hanno l’infondata convinzione che tutto quel che c’era da dire sia stato detto. Invece ancora sorprese può riservare questo sito, tanto importante quanto abbandonato e trascurato soprattutto dagli amministratori.
Contemporaneamente, però, lascia attoniti la circostanza dell’evento. Approfittando degli alberi (oggi tagliati), del disinteresse generale, nonché dell’omertoso silenzio di chi vide e tacque, negli anni addietro si sono costituite vere e proprie discariche di materiali edili sulla collina del Monforte. Appunto in una di queste tra mattoni, mattonelle di varie epoche (ma tutte recenti), pezzi di marmo e calcinacci è stata ritrovata la protomaiolica. Un caso unico? O forse tra quelle macerie vi saranno altre vestigia del passato? Bisognerebbe procedere ad un’opportuna bonifica, sia per rimuovere quei cumuli di immondizie e sia per verificare la presenza o meno di altri preziosi reperti. Ovviamente tutto avviene nel pluriennale disinteresse della classe politica, che continua a non comprendere le potenzialità del sito. Forse perché ancora convinta, erroneamente, che la Cultura non procuri voti!

frammenti di protomaiolica -
Campobasso


frammenti di ceramica
museo Sannitico Campobasso
  
 

lunedì 9 maggio 2011

Il misterioso stemma di Porta San Paolo a Campobasso

 

Campobasso: stemma con sbarra
 in vico 1° Sant'Andrea

A distanza di circa un anno dalla pubblicazione dell’articolo di “debutto nel mondo giornalistico”
(http://paologiordanocb.blogspot.com/2011/05/quanta-storia-e-incisa-sulle-pietre.html),
ad integrazione e correzione di alcune imprecisioni, bisogna distinguere la differenza tra banda e sbarra.
In araldica la Sbarra è un termine utilizzato per indicare la “pezza onorevole” che scende, nello scudo, da sinistra (destra per chi guarda), diagonalmente, a destra (sinistra per chi guarda). La Banda indica la “pezza onorevole” costituita da una striscia che scende, dalla destra alla sinistra, diagonalmente. Per dovizia di particolari bisogna precisare che la Pezza onorevole è un termine utilizzato per indicare figure formate da linee di partizione.

 Insomma… lascio agli esperti il compito di approfondire nel dettaglio il discorso.

Campobasso: stemma con banda
su porta San Paolo
Mi limito a riportare lo stemma con la Sbarra che si trova in vico 1° Sant’Andrea a Campobasso. La qualità della foto è pessima, ma è un’impresa riuscire a immortalare l’emblema, poiché e sempre occultato da biancheria stesa.
Per completezza di immagini ripropongo anche lo stemma di Porta San Paolo con la Banda. 


                                                                                                                                                                                 




martedì 3 maggio 2011

QUANTA STORIA E' INCISA SULLE PIETRE (il misterioso stemma di Porta San Paolo a Campobasso)

di Paolo Giordano

Non è vero che la Storia medioevale del Molise e di Campobasso sia povera di eventi interessanti, determinante è la mancanza di studiosi e “topi di biblioteca”, che vadano a scavare negli archivi e sappiano decifrare documenti e pergamene.
Nel secolo scorso ricercatori particolarmente tenaci, dal cui impegno nacquero autentiche pietre miliari, sono stati Vincenzo Eduardo Gasdia, padre Eduardo di Iorio ed Uberto D’Andrea.
Attualmente si contano, forse su una mano, gli “storici di professione”.
Sarebbe bello che si riprendano, o si inizino, studi approfonditi non solo sui protagonisti di primo piano quali furono Riccardo I di Gambatesa e “l’uomo che volle farsi Re”, cioè Nicola II Monforte/Gambatesa, ma anche su personaggi di minor rilievo, dei quali la storiografia parla pochissimo.
Sottolineo che tra le mie fonti la più autorevole è Benedetto Croce, che ha scritto molto sul conte Cola e la più recente è il Soprintendente Mario Pagano, autore di una preziosissima pubblicazione sulle maioliche del Castello di Campobasso.
In un’ottica di “stimolo” per le nuove generazioni di studiosi vorrei proporre una riflessione di Araldica.
Su porta San Paolo a Campobasso vi è uno stemma con una banda trasversale, che scende da sinistra verso destra, decorata da tre scudi.
Tale stemma è stato in alcuni casi erroneamente attribuito alla famiglia Monforte/Gambatesa, mentre è da ritenersi senza dubbio l’emblema araldico dei “de Molisio”.
E’ quanto mai opportuno, a sostegno del mio ragionamento, procedere almeno a due osservazioni:
Il Comune di Molise, alla ricerca di un idoneo gonfalone ispirato alle vestigia del passato, ha adottato (dopo un’accurata ricerca araldica condotta presso l’archivio di stato di Napoli) uno stemma cittadino molto simile a quello di cui discorriamo.
La differenza consiste nel fatto che al posto dei tre scudi ci sono tre macine di mulino (moli).
Ma la prova inconfutabile che l’emblema su porta San Paolo appartenga alla casata dei Molise è offerto dalle interessantissime proto-maioliche esposte nel Museo Provinciale Sannitico di Campobasso.
Qui sono conservati dei frammenti fortunosamente ritrovati nel 1991 durante dei lavori di consolidamento del Castello Monforte.

In uno di questi è ben evidente un disegno che celebra il matrimonio tra Riccardo II Monforte/Gambatesa e Tommasella di Molise, celebratosi nel 1326 circa.
Con questo sposalizio i Monforte entrano nella storia della nostra città, poiché l’ultima erede della gloriosa casata di Rodolfo de Moulins porta in dote al marito anche Campobasso.
Sulla maiolica, in modo stilizzato, sono visibili lo stemma con le quattro rose dei Monforte affiancato a quello dei de Molisio.
Quest’ultimo è lo stesso che da poco più di 600 anni controlla l’accesso su una porta della città.
Ma le curiosità non finiscono qui:
In vico 1° Sant’Andrea, su di una abitazione privata, vi è uno stemma che sembrerebbe più antico e con lo stesso disegno.
La stranezza è che la banda che lo attraversa è da destra verso sinistra, praticamente capovolta.
Solo un errore dello scalpellino? O si potrebbero iniziare un’ulteriore serie di valutazioni?
Insomma si tratta semplicemente di una pietra recuperata per salvarla dall’oblio, o era una porta cittadina precedente (è in linea con quella di San Paolo), oppure addirittura si è alla presenza di una delle case dei Conti di Campobasso?
Concludendo:
La data su porta San Paolo testimonia che nel 1374 la città era ancora feudo esclusivo dei “Molise” e non dei Monforte, infatti solo nel 1382 si assocerà ad uno di loro il titolo di Conte di Campobasso.
Tommasella, vedova del primo marito si era risposata con un nobile della famiglia dei d’Aquinio e, probabilmente, percepiva tragico il futuro della discendenza del defunto Riccardo, a seguito delle note sventure in cui era incorso il loro figliuolo Carlo, dopo lo sciagurato matrimonio con Sancia de Cabannis.
Ed ecco perché, l’arzilla “vecchina”, poco più che sessantenne, nell’ampliare la cinta muraria vi appose, senza indugio alcuno, la firma dei de Molisio e non quella dei Monforte/Gambatesa.