Pensieri

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quisquilie e pinzellacchere molisane.

martedì 3 maggio 2011

QUANTA STORIA E' INCISA SULLE PIETRE (il misterioso stemma di Porta San Paolo a Campobasso)

di Paolo Giordano

Non è vero che la Storia medioevale del Molise e di Campobasso sia povera di eventi interessanti, determinante è la mancanza di studiosi e “topi di biblioteca”, che vadano a scavare negli archivi e sappiano decifrare documenti e pergamene.
Nel secolo scorso ricercatori particolarmente tenaci, dal cui impegno nacquero autentiche pietre miliari, sono stati Vincenzo Eduardo Gasdia, padre Eduardo di Iorio ed Uberto D’Andrea.
Attualmente si contano, forse su una mano, gli “storici di professione”.
Sarebbe bello che si riprendano, o si inizino, studi approfonditi non solo sui protagonisti di primo piano quali furono Riccardo I di Gambatesa e “l’uomo che volle farsi Re”, cioè Nicola II Monforte/Gambatesa, ma anche su personaggi di minor rilievo, dei quali la storiografia parla pochissimo.
Sottolineo che tra le mie fonti la più autorevole è Benedetto Croce, che ha scritto molto sul conte Cola e la più recente è il Soprintendente Mario Pagano, autore di una preziosissima pubblicazione sulle maioliche del Castello di Campobasso.
In un’ottica di “stimolo” per le nuove generazioni di studiosi vorrei proporre una riflessione di Araldica.
Su porta San Paolo a Campobasso vi è uno stemma con una banda trasversale, che scende da sinistra verso destra, decorata da tre scudi.
Tale stemma è stato in alcuni casi erroneamente attribuito alla famiglia Monforte/Gambatesa, mentre è da ritenersi senza dubbio l’emblema araldico dei “de Molisio”.
E’ quanto mai opportuno, a sostegno del mio ragionamento, procedere almeno a due osservazioni:
Il Comune di Molise, alla ricerca di un idoneo gonfalone ispirato alle vestigia del passato, ha adottato (dopo un’accurata ricerca araldica condotta presso l’archivio di stato di Napoli) uno stemma cittadino molto simile a quello di cui discorriamo.
La differenza consiste nel fatto che al posto dei tre scudi ci sono tre macine di mulino (moli).
Ma la prova inconfutabile che l’emblema su porta San Paolo appartenga alla casata dei Molise è offerto dalle interessantissime proto-maioliche esposte nel Museo Provinciale Sannitico di Campobasso.
Qui sono conservati dei frammenti fortunosamente ritrovati nel 1991 durante dei lavori di consolidamento del Castello Monforte.

In uno di questi è ben evidente un disegno che celebra il matrimonio tra Riccardo II Monforte/Gambatesa e Tommasella di Molise, celebratosi nel 1326 circa.
Con questo sposalizio i Monforte entrano nella storia della nostra città, poiché l’ultima erede della gloriosa casata di Rodolfo de Moulins porta in dote al marito anche Campobasso.
Sulla maiolica, in modo stilizzato, sono visibili lo stemma con le quattro rose dei Monforte affiancato a quello dei de Molisio.
Quest’ultimo è lo stesso che da poco più di 600 anni controlla l’accesso su una porta della città.
Ma le curiosità non finiscono qui:
In vico 1° Sant’Andrea, su di una abitazione privata, vi è uno stemma che sembrerebbe più antico e con lo stesso disegno.
La stranezza è che la banda che lo attraversa è da destra verso sinistra, praticamente capovolta.
Solo un errore dello scalpellino? O si potrebbero iniziare un’ulteriore serie di valutazioni?
Insomma si tratta semplicemente di una pietra recuperata per salvarla dall’oblio, o era una porta cittadina precedente (è in linea con quella di San Paolo), oppure addirittura si è alla presenza di una delle case dei Conti di Campobasso?
Concludendo:
La data su porta San Paolo testimonia che nel 1374 la città era ancora feudo esclusivo dei “Molise” e non dei Monforte, infatti solo nel 1382 si assocerà ad uno di loro il titolo di Conte di Campobasso.
Tommasella, vedova del primo marito si era risposata con un nobile della famiglia dei d’Aquinio e, probabilmente, percepiva tragico il futuro della discendenza del defunto Riccardo, a seguito delle note sventure in cui era incorso il loro figliuolo Carlo, dopo lo sciagurato matrimonio con Sancia de Cabannis.
Ed ecco perché, l’arzilla “vecchina”, poco più che sessantenne, nell’ampliare la cinta muraria vi appose, senza indugio alcuno, la firma dei de Molisio e non quella dei Monforte/Gambatesa.


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