Pensieri



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martedì 12 giugno 2012

Giuseppe Antonio Folchi: artista poliedrico, padre e marito premuroso, "ucciso" a soli 51 anni da una banale caduta sulla neve. La città di Campobasso lentamente ne riscopre la genialità



Il Quotidiano del Molise
del 28/03/2012


di Paolo Giordano



Folchi ai tempi
del Futurblocco
La straordinaria nevicata di febbraio è oramai lontana. Anche gli ultimi residui nei campi sono scomparsi e restano solo rare vette imbiancate in lontananza. Si sono sciolti al sole anche i disagi e le paure per i pericoli legati alla neve che nell’immaginario collettivo è tornata ad essere candida, soffice e “buona”. Eppure il 17 marzo di ogni anno si rinnova un dolore indelebile: un’infida lastra di ghiaccio provocò la caduta che fu causa della morte prematura, a soli 51 anni, di Giuseppe Folchi, poliedrico genio che ancora tanto poteva donare alla sua Terra. Egli lasciò orfani i suoi 4 figli ai quali trasmise comunque nel D.N.A. un’inconfutabile vocazione artistica. Non è possibile “inquadrare” le peculiarità di Giuseppe Antonio. Egli fu pittore, fotografo, cineasta, giornalista, incisore, attore e, soprattutto, marito e padre. Casa Folchi in via Trieste, che fu un autentico cenacolo culturale, da sempre è un’esplosione di vita, di gioia, di persone indaffarate nelle più svariate attività. Anche questo modus vivendi è stato ereditato da quell’animo irrequieto, creativo e sognatore in continua ricerca e sperimentazione. Accoglienza, disponibilità ed amicizia albergano oggi, come allora, in quella villetta divenuta molto più triste da quando è scomparsa, quasi novantenne, l’indimenticabile mamma Colomba, affettuosa ed ospitale donna d’altri tempi.
nebbia mattutina
A tentare una sintesi… Folchi nacque pittore. Scoprì questa sua vocazione grazie ad una tavolozza con pennelli e colori regalatagli da Romeo Musa del cui figlio era fraterno amico. Oltre ad Arnaldo (Musa) ebbe come complici delle sue avventure artistiche Edmondo Pasquale, Ennio De Felice ed Antonio Trombetta. Agli inizi degli anni trenta del ‘900, insieme ai suoi, aderì al Futurblocco, un circolo di futuristi con cui partecipò alla mostra voluta da Marinetti nel 1933 a Roma. L’amore per la pittura fu una costante del Folchi che riportò nei quadri le sue passioni, le escursioni in montagna, lo sci, le passeggiate “en plein air”, affascinando –così– l’osservatore che spesso viene coinvolto in sensazioni di tristezza attraverso la trasposizione su tela della sua ricca interiorità. In Molise, in Italia e nel mondo organizzò e partecipò a svariate esposizioni che ospitarono importanti e famosi artisti locali e nazionali da Trivisonno a Guttuso.
verso le nuvole
Se il Musa fu per lui la Pittura Trombetta fu la Fotografia! Alfredo Trombetta incoraggiò con convinzione Peppe a cimentarsi in questa disciplina. Anche qui egli predilesse la Natura inserendo raramente l’essere umano. I paesaggi fotografati sono un costane omaggio alla sua Regione. Ovviamente non si limitò a “scattare” poiché allestì in casa un piccolo laboratorio per lo sviluppo condividendo con i figli quell’affascinante rito. Il Folchi fotografo si ritrovò senza accorgersene cineasta in un passaggio evolutivo quasi naturale. Ancora “complici” il Pasquale ed il De Felice, co-fondatori del “Cinegruppo” del Molise: esperienza sperimentale, preludio di ben altri successivi traguardi, in cui furono coinvolti oltre a giovani appassionati anche personalità del calibro di Ugo Tiberio, padre del radiotelemetro (prototipo del radar), che fu tra i soci onorari. Attraverso il “Cinegruppo”, oltre ad acquisire sempre maggiori competenze nel settore, ebbe modo di entrare in contatto con importanti esponenti del Cinema. Iniziò a frequentare Cinecittà vivendo tra Roma e Campobasso. Nei suoi rientri in Molise portò spesso con sé degli ospiti tra cui Germi, Ponteconvo e Scola. Fu proprio Pietro Germi, innamorato della piccola regione, a convincere Ferdinando Baldi affinché girasse un film in Molise. Per Folchi dopo tantissimi cortometraggi e documentari di ottima qualità iniziò una nuova sfida. Nel 1951 nell’area matesina tra Guardiaregia, San Polo Matese e Bojano, con la partecipazione degli abitanti del posto quali comparse, fu realizzato il primo film interamente “molisano”. 
ciak si gira!
Giuseppe ne fu sceneggiatore ed assistente alla regia. “Il prezzo dell’onore” con Maria Frau e Vincenzo Musolino malgrado il successo segnò, però, l’addio alla cinepresa dell’eclettico artista. I doveri di padre e marito lo costrinsero a ben altri ritmi, per cui da allora in poi limitò il suo estro a giornalismo e xilografia, oltre chiaramente alla pittura. Restò comunque sempre attivo nell’organizzazione di eventi culturali. Ogni volta che si “pensava” una manifestazione era impossibile non ricorre alla sua esperienza ed alla sua inventiva.
Nel marzo 1962 lo uccise una “banale caduta”. Eppure si era rialzato come se nulla fosse, ma nelle ore successive furono letali le conseguenze del colpo al capo. La sua Città gli ha, per ora, solo intitolato una strada periferica ed a ben riflettere è andata meglio che a tanti altri.
Questo excursus non vuole, e non può, essere un “trattato” su un personaggio tutto da indagare e studiare. Il desiderio è quello di suscitare curiosità e per raggiungere tale scopo si confida in un’importante alleata. Lina Wertmuller, che fu sua amica e collega, è riuscita a coglierne appieno l’immenso spessore umano e professionale: “Giuseppe non era uno sgomitatore, era un artista, un poeta, un padre affettuoso, un amico disinteressato, un pittore che arrivò al cinema dopo varie esperienze che documentò nei suoi lavori, rendendoli testimonianze del suo tempo e della sua anima.”


 Lina Wertmuller
paesaggio


visione autunnale

gioco di neve a villa dei Cannoni
(Campobasso)




































venerdì 8 giugno 2012

Paolo Saverio Di Zinno, un geniale inventore artefice del “Bello” - La realizzazione dell’altare di Santa Maria della Croce a Campobasso in un lavoro di ricerca curato da Nicola Felice e Riccardo Lattuada



Paolo Saverio Di Zinno, un geniale inventore artefice del “Bello”

La realizzazione dell’altare di Santa Maria della Croce a Campobasso in un lavoro di ricerca curato da Nicola Felice e Riccardo Lattuada

Il Punto
numero 2
del 01/06/2012
di Paolo Giordano

Il ritrovamento di un prezioso documento notarile da parte di Nicola Felice ha consentito di indagare un aspetto ancora ignoto del geniale Paolo Saverio Di Zinno, principalmente rinomato per le sue sculture e per i Misteri del Corpus Domini. Cresciuto artisticamente a Napoli ebbe modo di acquisire conoscenza e consapevolezza delle qualità tecniche ed espressive dei suoi “colleghi”. Questa sua formazione gli permise di ricoprire con successo il ruolo di consulente e perito per committenze di opere richieste ad altri artisti. In Questa sua veste, oltre che in qualità di Governatore (con Nicola Presutto) della Congregazione di Santa Maria, curò la realizzazione del grande altare Maggiore nella chiesa di Santa Maria della Croce in Campobasso (1760).
Tempi, costi e modalità vennero dettagliatamente stabiliti unitamente ai materiali da impiegare, la cui specificazione serviva a garantire che qualità e costi finali fossero conformi agli accordi iniziali. Mancando invece precisazioni sulla loro provenienza, se ne faceva ricadere la responsabilità sul marmorario ovvero Antonio Pelliccia da Napoli. Questi rispettando appieno gli impegni, sicuramente su precise indicazioni del Di Zinno, predilesse alla preziosità delle pietre una maggiore ricchezza nello sviluppo architettonico. Un altro Pelliccia, Paolo, forse un parente, fu autore di un altare in Sant’Antonio Abate. Ciò fa supporre che queste maestranze napoletane, di origine carrarese, abbiano operato molto a Campobasso. Questo secondo manufatto realizzato tra il 1759 ed il 1764 è antecedente a quello di Santa Maria e ne ricorda i decori pur se semplificati. Era in voga, infatti, l’uso di riprendere motivi, partizioni e composizioni di altre opere proprie o di altri autori. Non era un copiare, bensì il seguire una logica combinatoria “di base” integrando nuove soluzioni con parti di disegni già realizzate altrove. Un’importantissima peculiarità del monumentale altare di Santa Maria sono le due portelle laterali, una soluzione non particolarmente diffusa nel sud Italia. Un’ipotesi è quella della valorizzazione scenica della liturgia. Sicuramente nella chiesa campobassana, non particolarmente ricca, attraverso tale soluzione architettonica si conferiva sfarzo ad un ambiente abbastanza amorfo: lo spazio venne occupato da un fondale scenografico che avrebbe sottolineato i movimenti e le gestualità del celebrante. Ecco, quindi, trasposta in questo lavoro tutta la genialità del Di Zinno, il suo amore per il “movimento, anche perché dalla fine del ‘500 fino a tutto il XVIII secolo vi fu un uso integrato e simultaneo di musica, luci e persino di “macchine” scenografiche all’interno della liturgia. Le due porte alludono, inoltre, ad un arco di trionfo con al centro il tabernacolo, il tutto reso ancora più “osannante” da colori, decori e statue armoniosamente inserite nel contesto. La complessità compositiva testimonia anche la particolare fase in cui le committenze si spostarono dalla capitale verso le province ed è qui che, mentre a Napoli il mercato ristagnava, le richieste si fecero sempre più elevate ed esigenti. Il Pelliccia dal Molise scese verso la Puglia, lo si “ritrova” nella cattedrale di Taranto ed in quella di Bitonto. Sarebbe a questo punto interessante appurare se anche Paolo Saverio sia intervenuto altrove come progettista, consulente e perito. Purtroppo, incredibilmente, un genio del suo stampo è oggi ancora quasi del tutto sconosciuto al di fuori dei confini regionali. Gran parte della responsabilità è forse dei suoi conterranei che non sembra lo abbiano in giusta considerazione. Una prova? Campobasso ancora non gli ha intitolato una piazza, una via, una viuzza, una rotonda… un misero slargo.

(Si ringrazia la dottoressa Vittoria Di Cera, della Soprintendenza Storico Artistica, per l’amichevole consulenza)

venerdì 11 maggio 2012

La "cantina di Fiammifero" a Campobasso, ovvero l'ex chiesa di Sant'Angelo. Quando l'oste Giovanni Belnudo trasformò una malfamata taverna in ricercato luogo d'incontro per i campobassani..


Il Quotidiano del Molise
del 10 maggio 2012 


di Paolo Giordano

stampa ottocentesca 

con la chiesa di Sant'Angelo
“Segue dalla parte di sotto del castello la parrocchia di Sant’Angelo… si fa festa solenne nel giorno di S. Michele. Vi è il parroco seù Rettore, con 2 sacerdoti partecipanti con l’altra parrocchia di S. Mercurio… quali vanno unite per la tenuità delle entrate”. Così relaziona nel 1688 il Nauclerio, testimoniando anche l’avvenuta fusione a seguito della pestilenza (1656), quando per la riduzione della popolazione si erano “razionalizzati” i servizi. La struttura dell’antichissima chiesetta (a cui era annesso il cimitero di San Mercurio alli Monti), già menzionata in un documento del 1241, era ancora visibile a poche decine di metri dal maniero fino agli anni ’50 del ‘900. Vi si cessò di officiare nel 1829 e la statua di San Michele scese a valle: oggi è conservata nella chiesa di Sant’Antonio Abate. Poi con un passaggio di proprietà tutto da scoprire i ruderi dell’edificio sacro, campanile incluso, furono trasformati in taverna. Il primo oste, Giovanni Girardi detto Fiammifero, fu responsabile di un atto che oggi riterremmo sconsiderato se non addirittura “criminale”. 
(mr.valavennis..er..ù-s-a..s)
l'iscrizione osca 
trascritta dal Balzano
Per salvaguardare i clienti fece manipolare da uno scalpellino la scivolosa lastra in pietra che fungeva da soglia alla porta d’ingresso.
 Su di essa era incisa un’iscrizione in lingua osca andata irrimediabilmente perduta. 

Il caso volle che lo studioso abruzzese Vincenzo Balzano ne avesse trascritto il contenuto, dal Gasdia poi riportato nei suoi studi.
Negli anni ‘20 del ‘900, pur mantenendo la vecchia “insegna”, la gestione della fino ad allora malfamata cantina passò a Giovanni Belnudo, un ingegnaccio dalla numerosa famiglia: aveva ben 9 figli. Egli era un tomaista che confezionava scarpe “miracolose”, degne di San Crispino, rendendo inoffensivi calli, duroni ed ogni altra fonte di tortura per i piedi. Negli anni 27-28 confezionò un pallone per la squadra di calcio del Campobasso ed ottenne anche l’appalto della fornitura di scarpe ai soldati del locale distretto, i quali così marciarono sicuramente con molte meno sofferenze. Grazie a lui “Fiammifero” divenne un approdo ricercatissimo dai campobassani e, particolarmente nei mesi caldi, c’era l’assalto ai tavoli all’aperto: un’altra felice intuizione del cantiniere. “Funzionava a vino, anche se proprio il vino era escluso dalla licenza. Speciali “le caponate”, le pizze al pomodoro ed il soffritto” (V.Vigliardi – 30 anni sotto il Monforte).
Giovanni Belnudo 
(primo a sinistra) 
foto tratta dal libro di 
Venanzio Vigliardi
Il Belnudo si approvvigionava del nettare di Bacco (uno dei migliori prodotti della regione) girando con il suo carretto per i vari paesi. Il sabato sera si registrava il tutto esaurito: partite a carte, chiacchiere e gioia di vivere. L’ultimo giorno di maggio, per la festa della Madonna dei Monti, l’ex chiesa si illuminava con i palloncini veneziani fabbricati dall’eclettico Giovanni. Poi, contrariamente a quel che avvenne a Cana di Galilea, il vino si tramutò in acqua: i lavori per la costruzione dell’Acquedotto spazzarono via tutto!
Il fascino di un’epoca resta nelle parole della dedica scritta da Bigi nel 1928 in occasione della pubblicazione di “Rime Allegre” di Trofa: “C’è Fiammifero che ci aspetta col vinello un po’ arzente e col suo capo di salsiccia…tavolo pronto… tu da una parte, io dall’altra… si mangia, si beve, si ride…e si lavora”.

il castello Monforte con i ruderi
della chiesa di Sant'Angelo
La chiesa trasformata in "cantina" ,
è ben visibile il tetto dell'edificio



martedì 8 maggio 2012

Il "San Giorgio" di Scapoli, opera di Paolo Saverio di Zinno tra Arte e leggenda


"Il Quotidiano del Molise"
del 23 aprile 2012



di Paolo Giordano

Nell’accurato lavoro di ricerca condotto da Nicola Felice e Riccardo Lattuada, culminato con la pubblicazione del libro “Paolo Saverio Di Zinno-arte ed effimero barocco nel Molise del settecento”, vi è un rimando al Martino (1874) ed al Moffa (1979) in merito al San Giorgio a cavallo di Scapoli: “Terminato nel 1770 scomparve durante il II conflitto mondiale, forse bruciato dalle truppe marocchine d’occupazione”. Questa “fine ingloriosa” non ha convinto l’architetto Valente, che (vedasi il suo blog) nel 2009, con stupore e soddisfazione, scoprì quel manufatto ancora presente in paese, purtroppo non in buono stato di conservazione e sottoposto nei secoli a diversi restauri, uno dei quali eseguito addirittura da Charles Moulin.
La statua “scomparve” alcuni decenni fa, sostituita da una nuova, venne spostata in altro luogo per esservi conservata. Gli interventi effettuati nel tempo hanno progressivamente compromesso i caratteri originali tipici del Di Zinno. L’artista campobassano, noto in primis per i Misteri del Corpus Domini, è famoso per la plasticità ed il dinamismo che conferiva alle sue creazioni, rispondendo magistralmente alle istanze artistiche della sua epoca. La preziosità dell’opera in questione viene aumentata dal fatto che sarebbe il suo unico gruppo equestre giunto fino a noi. A supporto dell’attribuzione ci sono anche racconti della tradizione locale e, inoltre, nessuno conosce la teoria della distruzione bellica. Dal canto nostro ci permettiamo di accostare al santo Cavaliere un disegno del geniale campobassano, tratto dal testo di Lattuada-Felice. Un “penna e matita su carta d’avorio” che ritrae “Santiago Matamoros”, ovvero San Giacomo che sconfigge i mori nella battaglia di Clavio. In entrambe le raffigurazioni appare (citando Valente) la “straordinaria potenza con la quale il santo dal cavallo rampante colpisce” il nemico.

il "San Giorgio" di Scapoli e San Giacomo alla battaglia di Clavio
Però, accanto alla gioia “della statua ritrovata”, alberga la tristezza per il disamore con cui Campobasso tratta i suoi più gloriosi figli. In città, infatti, non v’è neppure una viuzza intitolata a Paolo Saverio Di Zinno. Il sospetto è sempre che la mediocrità di noi posteri funga da deterrente, nel timore di un insostenibile confronto con un avi di cotanta grandezza.



Santiago matamoros

San Giorgio
foto Franco Valente

lunedì 12 marzo 2012

VITALIANO D'ANGERIO.BLOG.IL SOLE 24 ORE: Ironia molisana, a Campobasso "la cultura può essere contagiosa"


Anche se non si cita l'autore dell'articolo,
per me (che so di esserlo) è motivo di onore e soddisfazione!!!!!



 

Benvenuti al SUD di Vitagliano D'Angerio

Ironia molisana, a Campobasso "la cultura può essere contagiosa"

"Attenzione questa attività può provocare cultura": la frase è sotto un segnale stradale di lavori in corso. Soltanto che, al posto dei massi in caduta, vi è il simbolo di un libro che si apre. Ironia molisana. Il finto segnale stradale tenta di catturare l'attenzione sulla nuova libreria "Scripta manent" aperta in Piazza Pepe (Campobasso).

Una nuova libreria, viene ricordato oggi (10 marzo) sul Quotidiano del Molise, inaugurata dopo che un'altra era stata chiusa nel 2010: la "Libri & dintorni" di via Cannavina. Nonostante i tagli e il congelamento dei fondi di drammatica attualità, la cultura è come l'araba fenice. Risorge. E in questo caso con un po' di ironia. Grazie Molise.

lunedì 16 gennaio 2012

La croce viaria esposta nella chiesa di San Bartolomeo a Campobasso: simbolo religioso e di memoria storica


Il Quotidiano del Molise
 del 16 gennaio 2012

Un'antica stampa (1858) raffigurante la chiesa di San Bartolomeo.
A sinistra è ben visibile la croce viaria

di Paolo Giordano

Fascino e “soggezione” ispira la croce lapidea posta al lato dell’altare in San Bartolomeo a Campobasso. 
la matricola silvestri
con il disegno della croce viaria
Il testimone oculare Gasdia, che la vide su quel cippo ancor oggi nell’angolo tra chiesa e canonica, suppone  che originariamente si trovasse sul sagrato tra le due chiese di San Giorgio e di Santa Croce del Battente (attuale istituto delle Iammacolatine). Di essa si trova menzione e “raffigurazione” nella “matricola silvestri”, l’antico documento del Silvestro, parroco di San Giorgio, in cui si parla di un orto, proprietà della chiesa già dal 1238, posto “dalla parte di nanzi la Croce di Pietra et olim Piazza della Terra, quando era sopra..” L’autore la colloca senza esitazione presso la cinta muraria di Ugo II di Molise “da dietro altra strada che esce alla porta Fida vulgo detto la porta Fredda”. Il sacerdote correda il suo scritto con piantine e disegni tra cui anche la croce viaria, elemento determinante nell’urbanistica e nella cultura medioevale. L’opera esposta in san Bartolomeo, quindi, non è solo un simbolo religioso, ma una vera e propria reliquia della nostra “storia patria”.



 
 






fotografie
di Pietro Matropietro

giovedì 10 novembre 2011

Il Castello Monforte "regala" un pezzo di storia. Ritrovata una protomaiolica durante la giornata ecologica organizzata dall'associazione Fare Verde.


il Quotidiano del Molise del 30/10/2011

di Paolo Giordano

protomaiolica conservata nel
museo Sannitico di Campobasso
Durante la manifestazione “Oh che bel castello”, organizzata in ottobre dall’associazione Fare Verde per ripulire l’area del Castello Monforte, è stata rinvenuta una protomaiolica in un cumulo di detriti, probabilmente relativi a lavori svolti anni addietro nella chiesa o nel vicino convento. L’importante reperto si “sposa” con quelli ritrovati durante il lavoro di consolidamento del castello nel 1991 e conservati nel Museo Sannitico di Campobasso. Si tratta di una ceramica, tipica dell'Italia meridionale e della Sicilia di età federiciana (XII–XIII sec.), lavorata con un metodo innovativo rispetto alle tecnologie dell’epoca. Dal Tavoliere tale tecnica si diffuse in Molise, dove si individua una vera e propria produzione locale. Alla luce di questo fortuito ritrovamento non può che prendersi atto di come la collina di Monte sant’Antonio abbia ancora tanto da offrire in termini di studio e ricerca. I campobassani hanno l’infondata convinzione che tutto quel che c’era da dire sia stato detto. Invece ancora sorprese può riservare questo sito, tanto importante quanto abbandonato e trascurato soprattutto dagli amministratori.
Contemporaneamente, però, lascia attoniti la circostanza dell’evento. Approfittando degli alberi (oggi tagliati), del disinteresse generale, nonché dell’omertoso silenzio di chi vide e tacque, negli anni addietro si sono costituite vere e proprie discariche di materiali edili sulla collina del Monforte. Appunto in una di queste tra mattoni, mattonelle di varie epoche (ma tutte recenti), pezzi di marmo e calcinacci è stata ritrovata la protomaiolica. Un caso unico? O forse tra quelle macerie vi saranno altre vestigia del passato? Bisognerebbe procedere ad un’opportuna bonifica, sia per rimuovere quei cumuli di immondizie e sia per verificare la presenza o meno di altri preziosi reperti. Ovviamente tutto avviene nel pluriennale disinteresse della classe politica, che continua a non comprendere le potenzialità del sito. Forse perché ancora convinta, erroneamente, che la Cultura non procuri voti!

frammenti di protomaiolica -
Campobasso


frammenti di ceramica
museo Sannitico Campobasso
  
 

martedì 25 ottobre 2011

Il mercato coperto di Campobasso (1957), importante progetto di Enrico Mandolesi, è stato utilizzato quale "sfondo" per un murale del noto artista Ericailcane. Ma chi, e perché, ha individuato in tale struttura li sito idoneo per questa operazione?

Se dovrà tornare a vivere perché hanno stanziato soldi per la creazione di un dipinto da cancellare?
Il mercato coperto di Campobasso sfondo per i murales
Il Quotidiano del Molise del 12/10/2011
di Paolo Giordano

Agli inizi di ottobre 2011 si è concluso a Campobasso il festival Draw The Line dedicato alla street art. L’ultimo artista a partecipare è stato Ericailcane che ha realizzato un “mega vento” lungo il perimetro esterno del Mercato Coperto.


Fermo restando che non si vuole assolutamente entrare in merito a valutazioni artistiche, è bene interrogarsi sull’opportunità di inserire la struttura progettata dall’ingegner Enrico Mandolesi in questo programma di riqualificazione urbana. Se è vero che si tratta di un complesso in stato di abbandono e degrado è anche vero che sono state le scelte politiche ed economiche a causare questa situazione. Se le responsabilità siano degli amministratori o dell’orientamento socio economico locale e nazionale non sta a noi qui stabilirlo. Oggi si parla di una sua ristrutturazione, ma con che destinazione d’uso? Il murale realizzatovi (e che sarà sicuramente costato) resterà o verrà “cancellato”? Se così sarà perché se ne è consentita l’esecuzione? Attendendo con fiducia le risposte è indispensabile soffermarsi sulla figura di Enrico Mandolesi, classe 1924 (25/11). Egli iniziò giovanissimo, nel 1948, l’attività professionale e nello stesso anno cominciò anche la sua carriera universitaria. Gli oltre sessanta anni (dai primi 50 ai 90) di ricca ed operosa attività sono caratterizzati da una spiccata poliedricità espressa nell’ambito della progettazione architettonica ed urbanistica, della ricerca e dell’innovazione tecnica e della didattica (nel 2002 venne nominato Professore Emerito dell’Università degli Studi “La Sapienza”). La sua vasta produzione, dalla realizzazione di edifici pubblici e quartieri residenziali alla pianificazione a scala urbana, dal disegno degli interni allo studio di sistemi costruttivi per la prefabbricazione nel settore edilizio, è testimonianza di un approccio alla progettazione che muove da una visione globale. Nelle sue opere la forma si integra alla soluzione costruttiva, come espressione legata all’evoluzione del linguaggio ed all’innovazione tecnologica.  Tutta la sua “ricerca” è ravvisabile nella sperimentazione di edilizia sociale del C.E.P. (Centro Edilizia Popolare) di Campobasso. Qui il Mandolesi attuò tecniche e soluzioni strutturali totalmente nuove per la città. Fu anche insignito del premio INARCH Molise, 1963. Suo è il progetto della chiesa del quartiere (San Giuseppe Artigiano). Con i propri collaboratori fu, quindi, promotore nel capoluogo di quel riassetto urbanistico che segnò il passaggio verso la “nuova dimensione” tipica della città italiana degli anni 50-60. Infine a lui si devono il palazzo I.N.A. ed ovviamente il Mercato Coperto (1957). Quest’ultimo, purtroppo, non è stato sottoposto a vincolo, sia perché il progettista è ancora in vita, e sia perché il Decreto Legge 70 del 13/05/2011-“Prime disposizioni urgenti per l’economia” ha stabilito lo slittamento dei termini da 50 a 70 anni. La struttura di via Monforte è stata ripetutamente citata da riviste specializzate ed ha un sua “voce” nell’enciclopedia dell’Architettura, quale struttura di riferimento nel suo genere. Per tutto questo è sembrata quanto mai ardita ed inopportuna la scelta di inserirlo, quale “base” per un murale, nel  festival Draw The Line.

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un particolare
A supportare ulteriormente l'opinabilità di questa scelta va osservato che come si può chiaramente notare dalla foto di destra, a causa del pendio del terreno (ne è tangibile prova la scalinata), il dipinto non è  completamente visibile.
La prospettiva è, quindi, condizionata e compromessa. Insomma... oltre al danno la beffa!
 

giovedì 6 ottobre 2011

L'ex G.I.L. di Campobasso ed il suo restauro. Un intervento che farà a lungo discutere. La rimozione delle scritte e dei decori originali


Il Quotidiano del Molise del 07/09/2011


Un giudizio sui lavori di recupero/ricostruzione dell’ex G.I.L. a Campobasso deve necessariamente essere rimandato ad un secondo momento. L’entusiasmo o la delusione della fase iniziale sono sempre pessimi consiglieri. Di primo acchito, però, viene da chiedersi perché non sia stata ripristinata la scritta “Gioventù Italiana (del Littorio)”. Ma quel che manca di più  ai campobassani sono i “Libro e Moschetto” presenti sulla struttura. Assolutamente non vi si sarebbe ravvisata l’apologia di reato. Si sarebbe solo mantenuta una decorazione emblematica del tempo e della tipologia di edificio.


una vecchia foto scattata
qualche giorno prima
dell'entrata in azione delle ruspe


L'ex G.I.L. di Campobasso ed il suo restauro. Un intervento che farà a lungo discutere


Il Quotidiano del Molise del 30/09/2011


l'edificio prima della demolizione.
Sono visibili sia la scritta Gioventù Italiana
 e sia l'insegna gialla del cinema

La ristrutturazione dell’ex G.I.L, che presto -si spera- sarà restituita alla cittadinanza, fornirà a lungo argomenti di confronto e scontro. Un nuovo spunto di riflessione è la scritta GIL che vi è stata apposta. Il complesso architettonico fu costruito durante gli ultimi anni del regime fascista con il nome di G.I.L. ovvero Gioventù Italiana del Littorio, come era leggibile sulle pareti laterali dell’edificio. Nel dopo guerra l’ultima parte della scritta venne rimossa tant’è che i campobassani chiamavano la struttura G.I. (gioventù italiana). La demolizione ha portato via con sé sia la “gioventù italiana” e  sia i “libro e moschetto”. Ripristinare in fase di ricostruzione tutto quel che c’era, nel rispetto del progetto originario, avrebbe avuto un senso. Non si comprende invece l’istallazione di un acronimo che non c’era,  e che non ha ragion di esistere poiché quell’immobile non è più la gioventù del littorio. Non si tratta nemmeno di una marca identificativa, né si ripropongono le architetture del Fillippone. Con opportuna forzatura si potrebbe ravvisare una forma di apertura ad uno studio scientifico ed obiettivo di un determinato periodo storico, ma è evidente che non è così. Quel che incuriosisce è la somiglianza dei caratteri con quelli usati spesso dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Basta anteporre una “C” ed il gioco è fatto!




Le opere pittoriche di Peppino Piccolo all'ex G.I.L. di Campobasso potrebbero rappresentare un primo interessante capitolo del patrimonio artistico Molisano



Il Quotidiano del Molise
del 30/09/2011


di Paolo Giordano

Il 31 dicembre 2010 scrivendo del pittore Peppino Piccolo (Mascalucia di Catania, 1903 - Pescara 1983) ci si chiedeva se i quattro grandi dipinti littorii fossero ancora nell’ex G.I.L. di Campobasso. Essi rappresentavano 1) un legionario con alle spalle la Penisola e le sue colonie africane. 2) l’Italia con le sembianze di una dea armata di spada che si staglia sulla pianta della città di Campobasso. 3) i vari livelli della gioventù littoria –dal balilla al miliziano– con un arco di trionfo per fondale e la lupa romana in primo piano. 4) un tributo alla potenza fisica del popolo italiano nelle figure di un pugile, due lottatori ed un trapezista in volo. Nell’essenzialità con cui l’autore interpretò la fisicità dei personaggi volle sicuramente cogliere la ruralità del territorio molisano.
Peppino Piccolo
nel 1938  
a Pomezia
In settembre (2011) la nuova struttura è stata inaugurata, ovvero e stata “presentata” agli organi di stampa. Nessuno, però, si è avveduto che in quel mese ricorreva l’anniversario della morte del Piccolo (il giorno 05 del 1983). In quella circostanza, comunque, si è potuto appurare che le sue  opere, importanti e rare testimonianze di quel periodo storico ed artistico, sono ancora tutte in loco. Dal libro di Rosetta Sacco Piccolo, “la mia vita con Peppino Piccolo”, si apprende che “egli era attratto fortemente da questa tecnica particolare (l’affresco n.d.r.) alla quale dedicò molta attenzione rigorosa per diverso tempo. Purtroppo l’opera nella casa del fascio di Pomezia è andata distrutta e ne restano solo foto in bianco e nero. Dopo Pomezia eseguì una grande pittura murale nel palazzo del Governo a Taranto e poi si spostò a Campobasso e Foggia per attendere ad altre decorazioni dipinte “a fresco”. Lavorò anche per la Cattedrale di Pantelleria e per il Palazzo della Borsa di Catania.”
L’ex G.I.L. di Campobasso, quindi, destinata a diventare Sede della Cultura ha già in sé 4 importanti realizzazioni di un artista in quegli anni molto prolifico e stimato in tutto il territorio nazionale. Esse sono di sicuro il punto di partenza per una pinacoteca e per una mostra a tema sull’arte degli anni 30/40. Ovviamente se ne dà per scontata anche una su Giuseppe Piccolo stesso, che fu anche un eccellente e famoso scenografo teatrale e cinematografico.



Totò e Peppino Piccolo
 alla Titanus nel 1957

P.Piccolo con
Aldo Fabrizi nel 1957
alla Titanus



Le foto sono tratte dal libro di Vincenzo Marotta "Peppino Piccolo", 1972