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lunedì 18 giugno 2012

L'ardire e la passione di due collezionisti rende la città di Campobasso ricca d'arte. Un'accurata selezione di opere delle collezioni Praitano ed Eliseo esposta in Palazzo Pistilli


Il Quotidiano del Molise
del  17/06/2012

di Paolo Giordano


La sera del 7 giugno 2012, nella suggestiva ambientazione della storica piazzetta Iapoce, complice una gradevole serata di inizio estate, si è inaugurato il ciclo di conferenze a corredo della mostra “I Colori delle Emozioni”, ospitata in Palazzo Pistilli a Campobasso. Dopo i saluti del direttore regionale per i Beni Culturali Gino Famiglietti, del presidente della Provincia Rosario de Matteis e del Soprintendente Daniele Ferrara, protagonista è stato Michele Praitano, dentista di professione, storico, artista e collezionista per vocazione. Il dott Michele ha piacevolmente narrato della “Nascita di una collezione” ripercorrendo i circa 50 anni in cui ha raccolto i capolavori, oggi donati alla collettività, viaggiando per l’Italia, incontrando antiquari da cui acquistare ed artisti a cui commissionare. Tante le storie! Dalle scoperte di firme importanti sotto vecchie cornici all’autoritratto pagato con una dentiera. Dall’emozione provata nel toccare, nel caveau di una banca a Torino, l’autoritratto di Leonardo da Vinci all’aver nascosto, arrotolandole in un giornale, due “scene di battaglia” del XVIII, per celare all’adorata moglie un suo ennesimo “folle” acquisto. Epici gli incontri con Gigino e Lorenzo, i due fornitori “a domicilio” di opere, come la “Suonatrice di chitarra” di Gaetano Esposito, pagato negli anni ’70 un decimo del suo valore e che riporta alla memoria il brutto incidente stradale del 1972. Oltremodo ilare l’arresto di Silvestro Pistolesi, allievo di Annigoni, prelevato dalla polizia di Campobasso poiché si aggirava con mantello e cappellaccio in città. Il Praitano, che l’aveva invitato in Molise, dovette scagionarlo. Decine gli incontri! Tredicenne rimase seduto per ore nella campagna di Castelbottaccio, accanto ad Arnaldo De Lisio, che dipingeva con il cavalletto en plein air. 
"La strega" di Annigoni
Anni dopo vide “La Strega” su di una rivista, ed allora volle conoscere Annigoni, che incontrò a Firenze. Fu, poi, un’esposizione sui generis, nel pastificio Guacci di Campobasso, a spingerlo sulle tracce di Clemente Tafuri. Il maestro doveva essere a Salerno, dove Praitano si era recato con lo zio Ottavio Eliseo. Tafuri, invece, viveva da tempo a Genova. Giunti dunque in Liguria dovettero attendere il tramonto poiché, su una mattonella di Vietri, all’ingresso della villa era scritto “Al visitatore… sei benvenuto al calar del sole”. Qui, trattando con la di lui moglie napoletana, ben lieta dell’incontro con dei conterranei, riuscì a comprare un autoritratto del coniuge a lei dedicato: “Ad Anna la sceicca, dallo sceicco Clemente”. Un altro “colpaccio” fu l’acquisizione del ritratto di Paolo Diodati, di Giacomo Grosso. Lo ottenne, con un piccolo “misfatto”, dalla vedova di Tito Diodati (figlio di Paolo) esperto d’arte, primo storico fornitore napoletano del Nostro, “millantando” una trattativa in corso.
autoritratto di
Clemente Tafuri
Iniziatore, compagno e mentore fu da sempre Giuseppe Ottavio Eliseo, altro grande collezionista, la cui raccolta è di proprietà della Provincia. Egli guidò il nipote Michelino lungo la via del collezionismo borghese. A sua volta era stato affascinato ed ispirato da Giuseppe Barone, fondatore del Museo di Baranello. Tutte personalità animate dallo spirito degli Umanisti, che nel Rinascimento donarono i loro beni alla collettività, trasmettendo, con alto senso civico, amore per la cultura e passione per l’arte. E proprio nel rispetto del collezionismo borghese Palazzo Pistilli verrà con il tempo arricchito da mobilio d’epoca che doni anima all’ambiente, rendendolo ancor più vicino a quello delle case ottocentesche campobassane. L’obiettivo principale è la conoscenza del nostro passato attraverso un percorso che dal barocco arriva ai nostri giorni. Solo così, recuperando la nostra identità e la coscienza della ricchezza culturale, storica ed artistica del territorio, sarà possibile costruire il Futuro. “I Colori delle Emozioni” è un “corso di storia dell’arte” che permetterà di “uscire al mondo” con idee chiare su cultura e movimenti artistici. Poi, se questa mostra concorrerà anche ad uno sviluppo turistico… ben venga. Il Molise non teme confronti, disponendo di risorse ed attrazioni… dal paleolitico all’arte contemporanea.


Programma conferenze - giugno 2012 - Piazzetta Japoce a Campobasso

Nell’ambito dell’apertura, 30 maggio 2012, dello Spazio Museale ubicato in Palazzo Pistilli e destinato all’esposizione della mostra I Colori delle Emozioni. Il Collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il Molise, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Molise promuove un ciclo di conferenze aventi per tema la pittura molisana e i suoi riflessi nell’ambito internazionale.



Programma Conferenze – Giugno 2012


Campobasso, Piazzetta Japoce – ore 21.00



7  giugno 
Indirizzi di saluto
Gino Famiglietti, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise
Rosario De Matteis, Presidente della Provincia di Campobasso
Gino Di Bartolomeo, Sindaco della città di Campobasso
Daniele Ferrara, Soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Molise
Nascita di una collezione
Michele Praitano, storico e collezionista, Campobasso



8 giugno 
Pittori molisani tra Otto e Novecento
Dante Gentile Lorusso, restauratore e storico, Toro (CB)

13 giugno 
Il Paesaggio dipinto  fra Otto e Novecento
Lorenzo Canova, Università degli Studi del Molise

 14 giugno 
Opere di pittori italiani a Parigi nelle collezioni Eliseo e Praitano
Olga Scotto di Vettimo, storica dell’arte, Napoli

20 giugno 
“Only Connect…”. Pittori, ritratti  e dinamiche dello sguardo
Matilde Amaturo, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

21 giugno 
Esplorando la Collezione Eliseo
Dora Catalano, Soprintendenza BSAE del Lazio

27 giugno
Il  “caso”  Charles Moulin. Un pittore tra Parigi, Roma e Castelnuovo 
Tommaso Evangelista, critico e storico dell’arte, Isernia

Info: Soprintendenza per i  Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Molise, Salita San Bartolomeo 10, Campobasso – Tel. 0874.431350 / 56; fax 0874.431351;  sbsae-mol@beniculturali.it

Resi fruibili "I COLORI DELLE EMOZIONI". Inaugurati gli spazi espositivi di Palazzo Pistilli in Campobasso con la Mostra "I Colori delle Emozioni. Il Collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il Molise"


Il Quotidiano del Molise
del 17/06/201
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di Paolo Giordano




il dott. Michele Praitano
ed il soprintendente
 Daniele Ferrara
Immediatamente, dopo aver varcato l’ingresso di Palazzo Pistilli, si comprende quanto a volte poco basti per un evento… epocale! Già trent’anni fa (tanto indietro va la nostra memoria) il dott. Michele Praitano si crucciava di non trovare riscontri al desiderio di donare la sua pinacoteca, una vasta collezione arricchitasi ulteriormente negli ultimi decenni, che si voleva, però, restasse nel Capoluogo molisano. Con la nascita della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici ecco finalmente il giusto interlocutore! Pietra miliare, per realizzare il sogno di una Città della Cultura, è la mostra “I colori delle emozioni, il collezionismo di Eliseo e Praitano per Campobasso e per il Molise”, in cui sono esposti 55 capolavori tra quelli della donazione Praitano e quelli della “Eliseo”, proprietà dell’Amministrazione Provinciale, prezioso partner in quest’occasione. Il nuovo spazio museale sarà aperto tutti i giorni (tranne il sabato), domeniche incluse, grazie alla disponibilità ed allo spirito collaborativo del personale MiBAC. Non necessitano quindi Grandi, a volte Inutilizzati, Locali, ma bisogna voler veramente raggiungere traguardi concreti. E’ un museo d’ambiente che ricorda una casa borghese, classe sociale di cui esalta appunto la vocazione al collezionismo. Si è solo alla prima fase di un progetto che prevede l’ampliamento in locali sottostanti. Il percorso della Mostra è suddiviso in 4 macrosezioni contenenti una selezione delle raccolte dei due ricercatori. Si inizia evidenziando l’attenzione verso la pittura napoletana ed italiana a partire dal Barocco, quando Napoli era un laboratorio artistico di primaria importanza europea, fino al Contemporaneo: dalla scuola di Luca Giordano a Trivisonno, Scarano ed Annigoni.
Gli artisti italiani, e quindi molisani, furono attratti dal dinamismo culturale parigino e dal mercato d’oltralpe. Sulla Senna era possibile eseguire ricerche artistiche che, pur nella varietà delle interpretazioni, avevano come costante caratteristica l’immersione nella realtà. L’avvicinamento al vero, la raffigurazione di una Natura lontana dalle idealizzazioni del paesaggio classico, emerge dalle vedute, dalle nature morte, dalle scene di vita contadina e borghese esposte nelle sale di salita San Bartolomeo. In Francia il processo culminò con l’impressionismo (a Campobasso Ragione e Scoppetta), mentre per gli italiani si avviò una ricerca dell’identità individuale (affermazione della propria poetica) e collettiva (la formazione della coscienza unitaria nazionale del giovane Stato). Particolare l’esperienza in controtendenza di Charles Moulin che dalla Francia trovò ragione d’essere a Castelnuovo al Volturno. Il suo volto appare nella sezione “allo specchio”, tra ritratti ed autoritratti. Ritrattistica anche nelle restanti stanze, dove “i dipinti ci guardano” tra classicità e modernità. Natura e figure sono percepite e rappresentate nella loro assolutezza, base della classicità, oppure messe in discussione e stravolte dai Moderni, che sono nell’ultimo ambiente della Mostra.
Per tutto il mese di giugno 2012, indispensabile corollario, saranno organizzate coinvolgenti conferenze attraverso le quali ci si potrà ulteriormente “impossessare” dei tesori custoditi in Palazzo Pistilli. Gli appuntamenti si terranno alle ore 21 in piazzetta Iapoce, come naturale prosieguo della mostra “I Colori delle Emozioni”.



il dott. Praitano con la
dott.ssa Vittoria Di Cera del MiBAC

giovedì 14 giugno 2012

ANNALISA CERIO: artista partecipe del suo tempo

Il Quotidiano del Molise
 del 05 febbraio 2011

 di Paolo Giordano

A distanza di poco tempo dalla mostra ospitata nella sala AxA della Palladino Company, Annalisa Cerio torna ad esporre con la "personale" L'URGENZA DELLA LUCE, nei locali del liceo Scientifico "A. Romita" di Campobasso.
La Cerio è approdata alla pittura dopo un lungo percorso artistico che l'ha vista decoratrice, ceramista e restauratrice di manufatti artigianali. Ha, quindi, acquisito un bagaglio tecnico estremamente vario. I suoi quadri sono frutto di una tecnica molto elaborata che non ammette indecisioni esecutive. Il risultato finale è un insieme di luci, ombre e mezzi toni che restituiscono con efficacia allo spettatore la realtà visiva e psicologica di ciò che è stato ritratto.
Negli ultimi anni Annalisa ha realizzato cicli pittorici a tema unico. Una pratica che le ha consentito di indagare i suoi soggetti da più punti di vista  ed il cui obiettivo è "quello di individuare un possibile equilibrio spaziale... La nascita e l'evoluzione di un ciclo richiedono tempi lunghi, con fasi progettuali, verifiche sperimentali. Possono avvenire ripensamenti radicali o sedimentazioni incoscienti. Talvolta si realizzano opere che, pur non essendo pienamente all'interno del ciclo, ne testimoniano il travaglio ed hanno una loro autonoma valenza estetica. In ogni ciclo è possibile rilevare componenti che giungono dalle precedenti ricerche. Attraverso metamorfosi che, pur non essendo esplicitate, mantengono ed alimentano contiguità e continuità" (Ernesto Saquela).
Uno dei suoi cicli, "La processione di Sant'Andrea - Immagini di una festa", è dedicato al culto del Santo che salvò Amalfi dall'attacco del corsaro Ariadeno Barbarossa. Le 15 tavole sono state esposte in una mostra monotematica proprio ad Amalfi nel 2009. Il poliedrico Antonio Porpora Anastasio, profondo conoscitore dell'opera di Annalisa Cerio, esalta -tra l'altro- l'abilità con cui sono stati fissati momenti ed atmosfere che sfuggono agli amalfitani stessi. L'autrice inoltre ha conseguito "raggiungimenti estetici che fanno sperare in un ritorno allo "spirito" dopo tanti anni di inutile commento al "concetto", estetico o "sociale", condotto oramai a stanchezza dai numerosi "atrienses" dell'arte e del suo così detto sistema. E' molto importante poter riaffermare la sublime astrazione dell'arte visiva di genere figurativo, che ritorna trionfante dopo i tanti rigurgiti "non-rappresentativi" dei quali ha pur assimilato le umanissime istanze" (A. Porpora Anastasio).
La pittrice non ha mai fatto mistero del suo essere allieva del celebre Antonio D'Attellis. Questi, però, non solo constata con soddisfazione che la sua discepola è oramai "adulta", ma rimarca l'importanza della sua produzione nel mondo delle arti visive in cui è estremamente ridotta la presenza femminile: "poche persone possono capire l'arte; tutti ne parlano, pochi sono capaci di descriverla o capirla... guardando, osservando il lavoro di Annalisa Cerio, non trovo alcuna differenza fra l'essere artista uomo o donna. Annalisa opera e adotta una magia, così come facevano i grandi maestri: disegno introiettato per anni, domesticato mentalmente e sfornato in altro modo... ben merita Annalisa, lei occupa un nuovo spazio, una terra di nessuno dove coltivare la magia, l'arte che non trova niente in paragone se non se stessa, il piacere, il lavoro, l'essere un artista partecipe del suo tempo" (A. D'Attellis).
Sabato 5 febbraio in via Facchinetti, a partire dalle 17,30, inizierà il nuovo interessante appuntamento culturale. Il programma raffinato e coinvolgente, con pregevoli intermezzi musicali, vedrà la presenza di qualificati relatori. Le opere di Annalisa Cerio resteranno esposte fino al 9 aprile 2011.

martedì 12 giugno 2012

"Attraversamenti" di DANTE GENTILE LORUSSO: Cultura ed arte dell'ottocento molisano


Il Quotidiano del Molise
 del 12 febbraio 2011


di Paolo Giordano

Dante Gentile Lorusso è artista, restauratore, studioso, ricercatore…insomma “portatore” sano di quel virulento morbo chiamato cultura!
Dante Gentile Lorusso
Nel 1993 era nel comitato scientifico della mostra “Oratino. Pittori, scultori e botteghe artigiane tra XVII e XIX secolo”, nel 1995 ha realizzato con Maria Antonella Fusco e Riccardo Lattuada una monografia sul pittore Nicola Giuliani. Nel 2002 ha pubblicato “Uomini Virtuosi” il “caso” Oratino nella geografia culturale molisana.
Il 18 febbraio 2011, alle ore 17,00, nell’Aula Magna del Convitto Mario Pagano presenterà la sua ultima fatica editoriale: “ATTRAVERSAMENTI. Sulla cultura artistica nell’Ottocento molisano”. Una lunga indagine di ricognizione su pittori e scultori del Molise attivi nel corso del XIX secolo. Valutando la sua produzione letteraria è spontaneo pensare a lui come ad un novello Vasari, l’autore de “Le VITE dei più eccellenti pittori, scultori, architetti”.
In realtà sono solo uno di coloro che negli ultimi 15-20 anni si sono prodigati, ognuno interessandosi ad un diverso periodo storico, per salvaguardare con opportune ricerche, la memoria degli artisti che operarono nella nostra terra.
Un sintetico bilancio di questa ricerca: cosa è affiorato di poco conosciuto e di interessante?
Ho voluto studiare l’ottocento perché è un secolo totalmente trascurato dalle indagini critiche di storia dell’arte del Molise. Si parla in modo frammentario di qualche autore, ma non c’è una ricognizione completa. Non c’è mai stata su pittori scultori, artisti molisani che pur se straordinariamente interessanti sono stati completamenti dimenticati. Di molti non si conosce nulla, neanche nei loro paesi natali. Artisti di grandissimo livello caduti nell’oblio, ignorati dalla storiografia della nostra regione…dell’intero meridione. Io ho investito anni di lavoro analizzando documenti nell’archivio dell’Accademia di Napoli, consultando le schede anagrafiche dei vari studenti, i loro fascicoli personali con certificati, informazioni e testimonianze dirette dei professori. Parliamo ad esempio di Francesco Pietrantonio da Casacalenda, che andò a studiare alla fine dell’Ottocento a Brera (invece che a Napoli come si usava in quei tempi) restando poi a vivere in Lombardia. Egli  fu compagno di studi di Pellizza da Volpedo, autore del famoso dipinto “Il Quarto Stato” e di Medardo Rosso, artista che ha anticipato di mezzo secolo le soluzioni dell’informale. Eppure a Casacalenda nessuno sa chi sia. Ho rinvenuto solo una sua opera, ma ne ho segnalate diverse rintracciate dai cataloghi e dai giornali dell’epoca. Egli donò un ritratto del Re al comune di Campobasso, andato però perso. Ecco il perché dell’esigenza di delineare questo  percorso dall’inizio del 1800 fino ai primi del 1900. Ed ecco il senso del titolo “Attraversamenti”.
Ben 360 pagine dedicate solo ad artisti molisani?
Sì! Tutti questi artisti nacquero in Molise, ma la maggior parte visse ed operò a Napoli. Eccezione furono coloro che tornarono nella terra natìa per dedicarsi all’insegnamento, diffondendo la cultura artistica. Tra essi Leopoldo Grimaldi, per anni docente al Mario Pagano, ed Abele Valerio che svolse la sua attività di educatore presso un istituto professionale.
Va evidenziata la lungimiranza politica dell’epoca: l’ottanta per cento degli artisti molisani poté studiare all’Accademia delle Belle Arti di Napoli grazie ad un sussidio erogato dall’allora Provincia di Molise. Per 6-7-8 anni coloro che avevano un buon profitto ricevevano il finanziamento. Gli Amministratori, consci che nel territorio non vi era alcuna struttura idonea, selezionavano i migliori consentendo loro di frequentare la prestigiosa e potente Accademia nella Capitale del Regno. Essa era la più antica d’Europa, fondata dai Borbone a metà settecento, con una classe docente estremamente qualificata e rappresentava un importantissimo snodo per le attività culturali.
Qual è lo stato di conservazione e di fruibilità delle opere molisane dell’ottocento?
Alcune opere sono in collezioni private molisane e di fuori regione. Moltissime nei depositi di importanti Musei: Capodimonte, Galleria dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli e Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Non sono esposte e quindi potrebbero tornare in Molise in prestito, come affermano con piena disponibilità i vari sovrintendenti e direttori di museo. Ma la nostra terra non possiede un idoneo contenitore espositivo. Si potrebbero raccogliere opere di grandissima qualità ed attraverso di esse raccontare la storia della cultura artistica del Molise salvaguardando, così, la nostra identità di popolo, tutt’altro che povero ed ignorante. Si potrebbe finalmente inaugurare una Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Siamo l’unica regione priva di una struttura museale del genere.
Lei ha una proposta concreta?
Il contenitore ideale è quello dell’ex GIL. Esso è nel Capoluogo, al centro della città, con caratteristiche uniche, nonché con ampia disponibilità di volumi e spazi. Completerebbe egregiamente  il tutto  una  sezione sul “contemporaneo”. Allo stato attuale sembra che nei secoli successivi ai Sanniti non sia accaduto nulla… questo perché nulla racconta la Nostra Storia. Per meglio far intendere la gravità della situazione parlerei di Arturo Stagliano, nato a Guglionesi nel 1867. Fu collaboratore di Leonardo Bistolfi e realizzò, nel 1926, il Monumento ai caduti di Treviso. Un suo nipote, Flavio Brezzo, ha donato al nascente Museo di Montevarchi (AR) 5 opere di scultura, 21 disegni e tutto l’archivio fotografico. A Novembre è stata inaugurata a Treviso una mostra su questo artista ed attualmente l’evento è ospitato al Cassero di Montevarchi.
Quante donazioni potrebbero essere fatte ad una pinacoteca campobassana! Si valorizzerebbero così  le opere e gli artisti che le hanno realizzate! In tutta Italia città e Regioni si attivano per sviluppare le proprie risorse turistico culturali, mentre a Campobasso, Capoluogo di regione, nulla sembra  muoversi.
A volume concluso quali motivazioni rafforzano la convinzione che “ne valeva la pena”?
Aver avuto al possibilità di condividere con i mie corregionali informazioni e notizie che aprono nuove ed incredibili prospettive nel panorama culturale molisano. L’aver scoperto come negli amministratori del tempo ci fosse un intuito ed una capacità progettuale tutt’altro che antiquata.
C’è un capitolo nell’opera, apparentemente non in tema, in cui tratto della  più grande tradizione artigianale campobassana: l’acciaio traforato. Anche qui la Provincia, intuì l’importanza e le potenzialità di questa attività ed  istituì nel 1840 la prima Scuola di Disegno. I giovani artigiani molisani, infatti, continuavano a conseguire riconoscimenti, onorificenze  e medaglie d’oro nelle più importanti mostre nazionali ed internazionali. Campobasso era conosciuta in tutta Europa per le sue “lame”. Ve ne sono testimonianze nel Museo di Capodimonte e nell’Armeria Reale di Torino dove  sono esposte opere di Scipione Santangelo e Bartolomeo Terzano. Da noi, invece, neanche una vetrinetta che testimoni questa straordinaria ed originalissima tradizione.
Intravede una qualche “scintilla”, preludio di un incendio culturale, nel panorama politico  o semplicemente nelle attività quotidiane della società molisana?
La politica non si occupa di cultura, la politica cerca consensi! Se l’opinione pubblica manderà segnali forti, allora anche gli amministratori si porranno il problema. Tutti devono nel loro ambito e nel loro piccolo “fare pressione” perché si cambi! Da questo punto di vista sono fiducioso. Vedo fermento intorno a me, la cosi detta società civile lascia trasparire la propria sensibilità verso questi temi. E’ il più classico dei circoli virtuosi in cui si potrà realizzare anche il desiderio di tanti collezionisti che voglio donare alla collettività le importi opere di cui sono in possesso.
Un’ultima curiosità: l’immagine in copertina?
E’ un’opera giovanile di Angelo di Scetta da Civitanova del Sannio.
Si tratta della “Strage degli Innocenti” esposta in una “Biennale Borbonica”, ovviamente prima dell’unità d’Italia. Il di Scetta  vinse il “pensionato artistico” per potersi recare a Roma al fine di perfezionare la sua preparazione. All’epoca i migliori artisti venivano inviati nella Città Eterna finanziati dall’Accademia di Napoli. Le dimensioni della tela sono considerevoli circa 2 metri per 3 ed è conservata nei depositi dell’Accademia, ovviamente bisognosa di restauro.
Dovremmo meditare attentamente su che visione ampia e proiettata oltre gli angusti confini territoriali avessero i nostri Padri.
La mia speranza è di poter ammirare questo capolavoro stabilmente esposto nel locali della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Campobasso.



L'intervista è consultabile  anche dal sito TORO WEB


Giuseppe Antonio Folchi: artista poliedrico, padre e marito premuroso, "ucciso" a soli 51 anni da una banale caduta sulla neve. La città di Campobasso lentamente ne riscopre la genialità



Il Quotidiano del Molise
del 28/03/2012


di Paolo Giordano



Folchi ai tempi
del Futurblocco
La straordinaria nevicata di febbraio è oramai lontana. Anche gli ultimi residui nei campi sono scomparsi e restano solo rare vette imbiancate in lontananza. Si sono sciolti al sole anche i disagi e le paure per i pericoli legati alla neve che nell’immaginario collettivo è tornata ad essere candida, soffice e “buona”. Eppure il 17 marzo di ogni anno si rinnova un dolore indelebile: un’infida lastra di ghiaccio provocò la caduta che fu causa della morte prematura, a soli 51 anni, di Giuseppe Folchi, poliedrico genio che ancora tanto poteva donare alla sua Terra. Egli lasciò orfani i suoi 4 figli ai quali trasmise comunque nel D.N.A. un’inconfutabile vocazione artistica. Non è possibile “inquadrare” le peculiarità di Giuseppe Antonio. Egli fu pittore, fotografo, cineasta, giornalista, incisore, attore e, soprattutto, marito e padre. Casa Folchi in via Trieste, che fu un autentico cenacolo culturale, da sempre è un’esplosione di vita, di gioia, di persone indaffarate nelle più svariate attività. Anche questo modus vivendi è stato ereditato da quell’animo irrequieto, creativo e sognatore in continua ricerca e sperimentazione. Accoglienza, disponibilità ed amicizia albergano oggi, come allora, in quella villetta divenuta molto più triste da quando è scomparsa, quasi novantenne, l’indimenticabile mamma Colomba, affettuosa ed ospitale donna d’altri tempi.
nebbia mattutina
A tentare una sintesi… Folchi nacque pittore. Scoprì questa sua vocazione grazie ad una tavolozza con pennelli e colori regalatagli da Romeo Musa del cui figlio era fraterno amico. Oltre ad Arnaldo (Musa) ebbe come complici delle sue avventure artistiche Edmondo Pasquale, Ennio De Felice ed Antonio Trombetta. Agli inizi degli anni trenta del ‘900, insieme ai suoi, aderì al Futurblocco, un circolo di futuristi con cui partecipò alla mostra voluta da Marinetti nel 1933 a Roma. L’amore per la pittura fu una costante del Folchi che riportò nei quadri le sue passioni, le escursioni in montagna, lo sci, le passeggiate “en plein air”, affascinando –così– l’osservatore che spesso viene coinvolto in sensazioni di tristezza attraverso la trasposizione su tela della sua ricca interiorità. In Molise, in Italia e nel mondo organizzò e partecipò a svariate esposizioni che ospitarono importanti e famosi artisti locali e nazionali da Trivisonno a Guttuso.
verso le nuvole
Se il Musa fu per lui la Pittura Trombetta fu la Fotografia! Alfredo Trombetta incoraggiò con convinzione Peppe a cimentarsi in questa disciplina. Anche qui egli predilesse la Natura inserendo raramente l’essere umano. I paesaggi fotografati sono un costane omaggio alla sua Regione. Ovviamente non si limitò a “scattare” poiché allestì in casa un piccolo laboratorio per lo sviluppo condividendo con i figli quell’affascinante rito. Il Folchi fotografo si ritrovò senza accorgersene cineasta in un passaggio evolutivo quasi naturale. Ancora “complici” il Pasquale ed il De Felice, co-fondatori del “Cinegruppo” del Molise: esperienza sperimentale, preludio di ben altri successivi traguardi, in cui furono coinvolti oltre a giovani appassionati anche personalità del calibro di Ugo Tiberio, padre del radiotelemetro (prototipo del radar), che fu tra i soci onorari. Attraverso il “Cinegruppo”, oltre ad acquisire sempre maggiori competenze nel settore, ebbe modo di entrare in contatto con importanti esponenti del Cinema. Iniziò a frequentare Cinecittà vivendo tra Roma e Campobasso. Nei suoi rientri in Molise portò spesso con sé degli ospiti tra cui Germi, Ponteconvo e Scola. Fu proprio Pietro Germi, innamorato della piccola regione, a convincere Ferdinando Baldi affinché girasse un film in Molise. Per Folchi dopo tantissimi cortometraggi e documentari di ottima qualità iniziò una nuova sfida. Nel 1951 nell’area matesina tra Guardiaregia, San Polo Matese e Bojano, con la partecipazione degli abitanti del posto quali comparse, fu realizzato il primo film interamente “molisano”. 
ciak si gira!
Giuseppe ne fu sceneggiatore ed assistente alla regia. “Il prezzo dell’onore” con Maria Frau e Vincenzo Musolino malgrado il successo segnò, però, l’addio alla cinepresa dell’eclettico artista. I doveri di padre e marito lo costrinsero a ben altri ritmi, per cui da allora in poi limitò il suo estro a giornalismo e xilografia, oltre chiaramente alla pittura. Restò comunque sempre attivo nell’organizzazione di eventi culturali. Ogni volta che si “pensava” una manifestazione era impossibile non ricorre alla sua esperienza ed alla sua inventiva.
Nel marzo 1962 lo uccise una “banale caduta”. Eppure si era rialzato come se nulla fosse, ma nelle ore successive furono letali le conseguenze del colpo al capo. La sua Città gli ha, per ora, solo intitolato una strada periferica ed a ben riflettere è andata meglio che a tanti altri.
Questo excursus non vuole, e non può, essere un “trattato” su un personaggio tutto da indagare e studiare. Il desiderio è quello di suscitare curiosità e per raggiungere tale scopo si confida in un’importante alleata. Lina Wertmuller, che fu sua amica e collega, è riuscita a coglierne appieno l’immenso spessore umano e professionale: “Giuseppe non era uno sgomitatore, era un artista, un poeta, un padre affettuoso, un amico disinteressato, un pittore che arrivò al cinema dopo varie esperienze che documentò nei suoi lavori, rendendoli testimonianze del suo tempo e della sua anima.”


 Lina Wertmuller
paesaggio


visione autunnale

gioco di neve a villa dei Cannoni
(Campobasso)




































venerdì 8 giugno 2012

Paolo Saverio Di Zinno, un geniale inventore artefice del “Bello” - La realizzazione dell’altare di Santa Maria della Croce a Campobasso in un lavoro di ricerca curato da Nicola Felice e Riccardo Lattuada



Paolo Saverio Di Zinno, un geniale inventore artefice del “Bello”

La realizzazione dell’altare di Santa Maria della Croce a Campobasso in un lavoro di ricerca curato da Nicola Felice e Riccardo Lattuada

Il Punto
numero 2
del 01/06/2012
di Paolo Giordano

Il ritrovamento di un prezioso documento notarile da parte di Nicola Felice ha consentito di indagare un aspetto ancora ignoto del geniale Paolo Saverio Di Zinno, principalmente rinomato per le sue sculture e per i Misteri del Corpus Domini. Cresciuto artisticamente a Napoli ebbe modo di acquisire conoscenza e consapevolezza delle qualità tecniche ed espressive dei suoi “colleghi”. Questa sua formazione gli permise di ricoprire con successo il ruolo di consulente e perito per committenze di opere richieste ad altri artisti. In Questa sua veste, oltre che in qualità di Governatore (con Nicola Presutto) della Congregazione di Santa Maria, curò la realizzazione del grande altare Maggiore nella chiesa di Santa Maria della Croce in Campobasso (1760).
Tempi, costi e modalità vennero dettagliatamente stabiliti unitamente ai materiali da impiegare, la cui specificazione serviva a garantire che qualità e costi finali fossero conformi agli accordi iniziali. Mancando invece precisazioni sulla loro provenienza, se ne faceva ricadere la responsabilità sul marmorario ovvero Antonio Pelliccia da Napoli. Questi rispettando appieno gli impegni, sicuramente su precise indicazioni del Di Zinno, predilesse alla preziosità delle pietre una maggiore ricchezza nello sviluppo architettonico. Un altro Pelliccia, Paolo, forse un parente, fu autore di un altare in Sant’Antonio Abate. Ciò fa supporre che queste maestranze napoletane, di origine carrarese, abbiano operato molto a Campobasso. Questo secondo manufatto realizzato tra il 1759 ed il 1764 è antecedente a quello di Santa Maria e ne ricorda i decori pur se semplificati. Era in voga, infatti, l’uso di riprendere motivi, partizioni e composizioni di altre opere proprie o di altri autori. Non era un copiare, bensì il seguire una logica combinatoria “di base” integrando nuove soluzioni con parti di disegni già realizzate altrove. Un’importantissima peculiarità del monumentale altare di Santa Maria sono le due portelle laterali, una soluzione non particolarmente diffusa nel sud Italia. Un’ipotesi è quella della valorizzazione scenica della liturgia. Sicuramente nella chiesa campobassana, non particolarmente ricca, attraverso tale soluzione architettonica si conferiva sfarzo ad un ambiente abbastanza amorfo: lo spazio venne occupato da un fondale scenografico che avrebbe sottolineato i movimenti e le gestualità del celebrante. Ecco, quindi, trasposta in questo lavoro tutta la genialità del Di Zinno, il suo amore per il “movimento, anche perché dalla fine del ‘500 fino a tutto il XVIII secolo vi fu un uso integrato e simultaneo di musica, luci e persino di “macchine” scenografiche all’interno della liturgia. Le due porte alludono, inoltre, ad un arco di trionfo con al centro il tabernacolo, il tutto reso ancora più “osannante” da colori, decori e statue armoniosamente inserite nel contesto. La complessità compositiva testimonia anche la particolare fase in cui le committenze si spostarono dalla capitale verso le province ed è qui che, mentre a Napoli il mercato ristagnava, le richieste si fecero sempre più elevate ed esigenti. Il Pelliccia dal Molise scese verso la Puglia, lo si “ritrova” nella cattedrale di Taranto ed in quella di Bitonto. Sarebbe a questo punto interessante appurare se anche Paolo Saverio sia intervenuto altrove come progettista, consulente e perito. Purtroppo, incredibilmente, un genio del suo stampo è oggi ancora quasi del tutto sconosciuto al di fuori dei confini regionali. Gran parte della responsabilità è forse dei suoi conterranei che non sembra lo abbiano in giusta considerazione. Una prova? Campobasso ancora non gli ha intitolato una piazza, una via, una viuzza, una rotonda… un misero slargo.

(Si ringrazia la dottoressa Vittoria Di Cera, della Soprintendenza Storico Artistica, per l’amichevole consulenza)

venerdì 11 maggio 2012

La "cantina di Fiammifero" a Campobasso, ovvero l'ex chiesa di Sant'Angelo. Quando l'oste Giovanni Belnudo trasformò una malfamata taverna in ricercato luogo d'incontro per i campobassani..


Il Quotidiano del Molise
del 10 maggio 2012 


di Paolo Giordano

stampa ottocentesca 

con la chiesa di Sant'Angelo
“Segue dalla parte di sotto del castello la parrocchia di Sant’Angelo… si fa festa solenne nel giorno di S. Michele. Vi è il parroco seù Rettore, con 2 sacerdoti partecipanti con l’altra parrocchia di S. Mercurio… quali vanno unite per la tenuità delle entrate”. Così relaziona nel 1688 il Nauclerio, testimoniando anche l’avvenuta fusione a seguito della pestilenza (1656), quando per la riduzione della popolazione si erano “razionalizzati” i servizi. La struttura dell’antichissima chiesetta (a cui era annesso il cimitero di San Mercurio alli Monti), già menzionata in un documento del 1241, era ancora visibile a poche decine di metri dal maniero fino agli anni ’50 del ‘900. Vi si cessò di officiare nel 1829 e la statua di San Michele scese a valle: oggi è conservata nella chiesa di Sant’Antonio Abate. Poi con un passaggio di proprietà tutto da scoprire i ruderi dell’edificio sacro, campanile incluso, furono trasformati in taverna. Il primo oste, Giovanni Girardi detto Fiammifero, fu responsabile di un atto che oggi riterremmo sconsiderato se non addirittura “criminale”. 
(mr.valavennis..er..ù-s-a..s)
l'iscrizione osca 
trascritta dal Balzano
Per salvaguardare i clienti fece manipolare da uno scalpellino la scivolosa lastra in pietra che fungeva da soglia alla porta d’ingresso.
 Su di essa era incisa un’iscrizione in lingua osca andata irrimediabilmente perduta. 

Il caso volle che lo studioso abruzzese Vincenzo Balzano ne avesse trascritto il contenuto, dal Gasdia poi riportato nei suoi studi.
Negli anni ‘20 del ‘900, pur mantenendo la vecchia “insegna”, la gestione della fino ad allora malfamata cantina passò a Giovanni Belnudo, un ingegnaccio dalla numerosa famiglia: aveva ben 9 figli. Egli era un tomaista che confezionava scarpe “miracolose”, degne di San Crispino, rendendo inoffensivi calli, duroni ed ogni altra fonte di tortura per i piedi. Negli anni 27-28 confezionò un pallone per la squadra di calcio del Campobasso ed ottenne anche l’appalto della fornitura di scarpe ai soldati del locale distretto, i quali così marciarono sicuramente con molte meno sofferenze. Grazie a lui “Fiammifero” divenne un approdo ricercatissimo dai campobassani e, particolarmente nei mesi caldi, c’era l’assalto ai tavoli all’aperto: un’altra felice intuizione del cantiniere. “Funzionava a vino, anche se proprio il vino era escluso dalla licenza. Speciali “le caponate”, le pizze al pomodoro ed il soffritto” (V.Vigliardi – 30 anni sotto il Monforte).
Giovanni Belnudo 
(primo a sinistra) 
foto tratta dal libro di 
Venanzio Vigliardi
Il Belnudo si approvvigionava del nettare di Bacco (uno dei migliori prodotti della regione) girando con il suo carretto per i vari paesi. Il sabato sera si registrava il tutto esaurito: partite a carte, chiacchiere e gioia di vivere. L’ultimo giorno di maggio, per la festa della Madonna dei Monti, l’ex chiesa si illuminava con i palloncini veneziani fabbricati dall’eclettico Giovanni. Poi, contrariamente a quel che avvenne a Cana di Galilea, il vino si tramutò in acqua: i lavori per la costruzione dell’Acquedotto spazzarono via tutto!
Il fascino di un’epoca resta nelle parole della dedica scritta da Bigi nel 1928 in occasione della pubblicazione di “Rime Allegre” di Trofa: “C’è Fiammifero che ci aspetta col vinello un po’ arzente e col suo capo di salsiccia…tavolo pronto… tu da una parte, io dall’altra… si mangia, si beve, si ride…e si lavora”.

il castello Monforte con i ruderi
della chiesa di Sant'Angelo
La chiesa trasformata in "cantina" ,
è ben visibile il tetto dell'edificio



martedì 8 maggio 2012

Il "San Giorgio" di Scapoli, opera di Paolo Saverio di Zinno tra Arte e leggenda


"Il Quotidiano del Molise"
del 23 aprile 2012



di Paolo Giordano

Nell’accurato lavoro di ricerca condotto da Nicola Felice e Riccardo Lattuada, culminato con la pubblicazione del libro “Paolo Saverio Di Zinno-arte ed effimero barocco nel Molise del settecento”, vi è un rimando al Martino (1874) ed al Moffa (1979) in merito al San Giorgio a cavallo di Scapoli: “Terminato nel 1770 scomparve durante il II conflitto mondiale, forse bruciato dalle truppe marocchine d’occupazione”. Questa “fine ingloriosa” non ha convinto l’architetto Valente, che (vedasi il suo blog) nel 2009, con stupore e soddisfazione, scoprì quel manufatto ancora presente in paese, purtroppo non in buono stato di conservazione e sottoposto nei secoli a diversi restauri, uno dei quali eseguito addirittura da Charles Moulin.
La statua “scomparve” alcuni decenni fa, sostituita da una nuova, venne spostata in altro luogo per esservi conservata. Gli interventi effettuati nel tempo hanno progressivamente compromesso i caratteri originali tipici del Di Zinno. L’artista campobassano, noto in primis per i Misteri del Corpus Domini, è famoso per la plasticità ed il dinamismo che conferiva alle sue creazioni, rispondendo magistralmente alle istanze artistiche della sua epoca. La preziosità dell’opera in questione viene aumentata dal fatto che sarebbe il suo unico gruppo equestre giunto fino a noi. A supporto dell’attribuzione ci sono anche racconti della tradizione locale e, inoltre, nessuno conosce la teoria della distruzione bellica. Dal canto nostro ci permettiamo di accostare al santo Cavaliere un disegno del geniale campobassano, tratto dal testo di Lattuada-Felice. Un “penna e matita su carta d’avorio” che ritrae “Santiago Matamoros”, ovvero San Giacomo che sconfigge i mori nella battaglia di Clavio. In entrambe le raffigurazioni appare (citando Valente) la “straordinaria potenza con la quale il santo dal cavallo rampante colpisce” il nemico.

il "San Giorgio" di Scapoli e San Giacomo alla battaglia di Clavio
Però, accanto alla gioia “della statua ritrovata”, alberga la tristezza per il disamore con cui Campobasso tratta i suoi più gloriosi figli. In città, infatti, non v’è neppure una viuzza intitolata a Paolo Saverio Di Zinno. Il sospetto è sempre che la mediocrità di noi posteri funga da deterrente, nel timore di un insostenibile confronto con un avi di cotanta grandezza.



Santiago matamoros

San Giorgio
foto Franco Valente

lunedì 12 marzo 2012

VITALIANO D'ANGERIO.BLOG.IL SOLE 24 ORE: Ironia molisana, a Campobasso "la cultura può essere contagiosa"


Anche se non si cita l'autore dell'articolo,
per me (che so di esserlo) è motivo di onore e soddisfazione!!!!!



 

Benvenuti al SUD di Vitagliano D'Angerio

Ironia molisana, a Campobasso "la cultura può essere contagiosa"

"Attenzione questa attività può provocare cultura": la frase è sotto un segnale stradale di lavori in corso. Soltanto che, al posto dei massi in caduta, vi è il simbolo di un libro che si apre. Ironia molisana. Il finto segnale stradale tenta di catturare l'attenzione sulla nuova libreria "Scripta manent" aperta in Piazza Pepe (Campobasso).

Una nuova libreria, viene ricordato oggi (10 marzo) sul Quotidiano del Molise, inaugurata dopo che un'altra era stata chiusa nel 2010: la "Libri & dintorni" di via Cannavina. Nonostante i tagli e il congelamento dei fondi di drammatica attualità, la cultura è come l'araba fenice. Risorge. E in questo caso con un po' di ironia. Grazie Molise.

lunedì 16 gennaio 2012

La croce viaria esposta nella chiesa di San Bartolomeo a Campobasso: simbolo religioso e di memoria storica


Il Quotidiano del Molise
 del 16 gennaio 2012

Un'antica stampa (1858) raffigurante la chiesa di San Bartolomeo.
A sinistra è ben visibile la croce viaria

di Paolo Giordano

Fascino e “soggezione” ispira la croce lapidea posta al lato dell’altare in San Bartolomeo a Campobasso. 
la matricola silvestri
con il disegno della croce viaria
Il testimone oculare Gasdia, che la vide su quel cippo ancor oggi nell’angolo tra chiesa e canonica, suppone  che originariamente si trovasse sul sagrato tra le due chiese di San Giorgio e di Santa Croce del Battente (attuale istituto delle Iammacolatine). Di essa si trova menzione e “raffigurazione” nella “matricola silvestri”, l’antico documento del Silvestro, parroco di San Giorgio, in cui si parla di un orto, proprietà della chiesa già dal 1238, posto “dalla parte di nanzi la Croce di Pietra et olim Piazza della Terra, quando era sopra..” L’autore la colloca senza esitazione presso la cinta muraria di Ugo II di Molise “da dietro altra strada che esce alla porta Fida vulgo detto la porta Fredda”. Il sacerdote correda il suo scritto con piantine e disegni tra cui anche la croce viaria, elemento determinante nell’urbanistica e nella cultura medioevale. L’opera esposta in san Bartolomeo, quindi, non è solo un simbolo religioso, ma una vera e propria reliquia della nostra “storia patria”.



 
 






fotografie
di Pietro Matropietro

giovedì 10 novembre 2011

Il Castello Monforte "regala" un pezzo di storia. Ritrovata una protomaiolica durante la giornata ecologica organizzata dall'associazione Fare Verde.


il Quotidiano del Molise del 30/10/2011

di Paolo Giordano

protomaiolica conservata nel
museo Sannitico di Campobasso
Durante la manifestazione “Oh che bel castello”, organizzata in ottobre dall’associazione Fare Verde per ripulire l’area del Castello Monforte, è stata rinvenuta una protomaiolica in un cumulo di detriti, probabilmente relativi a lavori svolti anni addietro nella chiesa o nel vicino convento. L’importante reperto si “sposa” con quelli ritrovati durante il lavoro di consolidamento del castello nel 1991 e conservati nel Museo Sannitico di Campobasso. Si tratta di una ceramica, tipica dell'Italia meridionale e della Sicilia di età federiciana (XII–XIII sec.), lavorata con un metodo innovativo rispetto alle tecnologie dell’epoca. Dal Tavoliere tale tecnica si diffuse in Molise, dove si individua una vera e propria produzione locale. Alla luce di questo fortuito ritrovamento non può che prendersi atto di come la collina di Monte sant’Antonio abbia ancora tanto da offrire in termini di studio e ricerca. I campobassani hanno l’infondata convinzione che tutto quel che c’era da dire sia stato detto. Invece ancora sorprese può riservare questo sito, tanto importante quanto abbandonato e trascurato soprattutto dagli amministratori.
Contemporaneamente, però, lascia attoniti la circostanza dell’evento. Approfittando degli alberi (oggi tagliati), del disinteresse generale, nonché dell’omertoso silenzio di chi vide e tacque, negli anni addietro si sono costituite vere e proprie discariche di materiali edili sulla collina del Monforte. Appunto in una di queste tra mattoni, mattonelle di varie epoche (ma tutte recenti), pezzi di marmo e calcinacci è stata ritrovata la protomaiolica. Un caso unico? O forse tra quelle macerie vi saranno altre vestigia del passato? Bisognerebbe procedere ad un’opportuna bonifica, sia per rimuovere quei cumuli di immondizie e sia per verificare la presenza o meno di altri preziosi reperti. Ovviamente tutto avviene nel pluriennale disinteresse della classe politica, che continua a non comprendere le potenzialità del sito. Forse perché ancora convinta, erroneamente, che la Cultura non procuri voti!

frammenti di protomaiolica -
Campobasso


frammenti di ceramica
museo Sannitico Campobasso