Pensieri



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lunedì 16 luglio 2012

Il Lavoro è sacro, ma non si può prescindere dal rispetto della Città e della sua Storia: lo strano caso di un chiosco per alimenti proprio al centro di villetta Flora a Campobasso.


di Paolo Giordano

Con regio decreto del 1856 fu approvato un regolamento edilizio che in un suo capitolo affrontava “l'abbellimento della città” stabilendo le regole per salvaguardarne e favorirne il "decoro". In quegli anni nacque villetta Flora realizzata su largo san Lazzaro, conosciuto precedentemente come “le vignarelle” perché, appunto, coltivato a viti. Al centro dell’area verde c’è una fontana con vasca circolare, polo d’attrazione per i bimbi desiderosi di ammirare i pesciolini che vi nuotano. Il laghetto è dominato dalla statua di Flora (opera di Giuseppe Prinzi da Messina datata 1873) posta su un basamento lapideo a sua volta sorretto da uno rustico coperto di verzure. Il giardino, progetto di Eduardo De Giorgio, fu inaugurato il 4 agosto 1873 e come scrisse “il Popolo Molisano” (1921) “signore e fanciulli passano, numerosi, intere ore a godere con la più gradevole freschezza un igienico riposo” nel sito che per i campobassani era “come un autentico ed elegante chalet”… 
E proprio per una letterale interpretazione del temine, ma in pieno contrasto con le regole del decoro urbano, da giugno è stato ivi montato un mini chalet, “distributore di creps”, che per sua maggior stabilità appoggia addirittura sulla recinzione in ferro della vasca. A questo punto, oltre che a godere del fresco, i passanti, che già respirano gli “ottimi” gas di scarico degli autobus, possono nutrirsi di gustose leccornie. Non si vuole contestare tout court la presenza della struttura, ma forse la si sarebbe potuta collocare diversamente....

L’unica a manifestare, con inascoltata fermezza, la propria perplessità è Flora, che con la mano sembra voler dire: “Oh… ma che c’avete in testa?!”




Il "decoro" fece di un "luogo" la Città Giardino. Il recupero dei monumenti campobassani: La statua di Flora di Giuseppe Prinzi nella villa omonima in Campobasso.


Il Quotidiano del Molise
del 17 maggio  2012



di Paolo Giordano

Il nuovo ruolo amministrativo di capoluogo che Campobasso andò progressivamente acquistando agli inizi del XIX secolo ne favorì sia l'aumento demografico che l'espansione urbanistica. In quegli anni a ridosso del nucleo medioevale si sviluppò il "Borgo Murattiano", la così detta città giardino, in cui si alternavano armoniosamente edifici ed aree verdi. Con regio decreto del 1856 fu approvato un regolamento edilizio che in un suo capitolo affrontava "l'abbellimento della città" stabilendo le regole per salvaguardarne e favorirne il "decoro". E' in questa fase, in una logica di razionale sviluppo urbano, che si inserisce la nascita di villetta Flora. Essa fu realizzata su largo san Lazzaro, conosciuto precedentemente come "le vignarelle" perché appunto coltivato a viti. Il valore sociale e culturale di tale spazio è dovuto all'essere anello di congiunzione tra la Campobasso vecchia, arroccata sul monte, e quella nuova, che si stava aprendo al futuro. Al centro dell'area verde è una fontana con vasca circolare, secolare polo d'attrazione per i bimbi desiderosi di ammirare i pesciolini che vi nuotano. Il laghetto è dominato dalla statua di Flora posta su un basamento lapideo a sua volta sorretto da uno rustico coperto di verzure. Se si escludono gli arredi di villa De Capoa quest'opera è l'unica in marmo ed è la più antica in città. Fu realizzata dallo scultore Giuseppe Prinzi da Messina. La Soprintendenza per i Beni Storici Artistici del Molise ha provveduto al  restauro di alcuni importanti monumenti cittadini primo fra tutti l'affascinante Flora. Delicato e pazienze l'interevento degli esperti tecnici della ditta RE. CO. di Roma, che hanno dovuto affrontare gli estesi attacchi di microrganismi e piante infestanti, nonché stuccare crepe e fessurazioni. A lavori terminati, dopo aver rimosso depositi vari ed incrostazioni, la seducente dea è tornata agli antichi splendori così come la videro gli intervenuti all'inaugurazione del 4 agosto 1873. 
Sulla sua base, grazie alla potatura della siepe, è nuovamente visibile la scritta “Cav. Prinzi F.– Roma 1873”, che purtroppo è stata da subito ignobilmente scheggiata dal “minus habens” di turno. Il giardino, progetto di Eduardo De Giorgio, apparve ai campobassani "come un autentico ed elegante chalet". Ed ancor oggi, pur se assediato dagli autobus (ne è il capolinea) rappresenta un insostituibile punto di incontro "ove -come scriveva "il Popolo Molisano" nel 1921- signore e fanciulli passano, numerosi, intere ore a godere con la più gradevole freschezza un igienico riposo"


Dalle foto (per gentile concessione della Soprintendenza) è possibile constatare le varie fasi del restauro: dalla condizione iniziale al risultato finale.















lunedì 9 luglio 2012

La "differenziata" è nata nel Meridione nel 1832.

Il Quotidiano del Molise
24/11/2010


Drammatico il racconto sulle ecomafie reso da Roberto Saviano
nella puntata di lunedì sera di Vieni via con me; scioccante, coinvolgente se si considerano le ricadute che l’affare della munnezza napoletana produce contaminando la classe politica fino a condizionare la gestione della vita pubblica. Roberto Saviano con l’intento di riscattare il popolo napoletano dall’immeritata fama di munnezzari ha ricordato come la raccolta differenziata sia nata proprio a Napoli, nel 1832, con l’emanazione di una legge da parte dei Ferdinando II di Borbone per la raccolta delle immondizie in tutto il regno delle Due Sicilie. Notizia che  Il Quotidiano aveva già pubblicato lo scorso 21 agosto data in cui ancora una volta esplodeva in piena drammaticità il problema dei rifiuti a Napoli e in Campania. L’articolo sottolineava appunto: I Sovrintendenti, constatata la grande popolosità delle maggiori città, e le frenetiche attività artigianali svolte nei vicoli, avevano segnalato al re la necessità di legiferare in materia. Dall’interazione tra i vari apparati statali nacque il primo regolamento ante-litteram sulla raccolta differenziata ed a farlo rispettare furono preposti i Prefetti di polizia. Le sanzioni erano certe, chiare e prive di scappatoie: “Art.10 - Ogni contravvenzione al disposto nei precedenti articoli, sarà punita con pena di detenzione e ammenda di Polizia a seconda dei casi”. Con la nuova norma, sia stimolando il senso civico, sia prospettando sanzioni penali, si voleva coinvolgere ogni singolo cittadino, perché collaborasse integrandosi con il servizio pubblico per lo smaltimento.“ (...) obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega cortile ecc. per lo sporto non minore di palmi 10 di distanza dal muro e dal posto rispettivo. Questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondizie al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutti i frammenti di ferro, di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli”.

DIFFERENZIATA, un'esigenza "antica"! Nel 1832 fu emanata una legge di 12 articoli pe rla raccolta dell'immondizia nel Regno delle Due Sicilie.


Il Quotidiano del Molise
del 21 agosto 2010 



di Paolo Giordano

Ferdinando II di Borbone
Non è raro incontrare, nei paesi meridionali, delle vecchine che spazzino dinanzi alla propria abitazione.
Viene da pensare che suppliscano ad una carenza istituzionale, ma la realtà potrebbe essere ben diversa.
Nel 1832 fu emanata una legge, composta da 12 articoli, per la raccolta delle immondizie in tutto il regno delle Due Sicilie.
I Sovrintendenti, constatata la grande popolosità delle maggiori città, e le frenetiche attività artigianali svolte nei vicoli, avevano segnalato al re la necessità di legiferare in materia.
Dall’interazione tra i vari apparati statali nacque il primo regolamento ante-litteram sulla raccolta differenziata ed a farlo rispettare furono preposti i Prefetti di polizia.
Le sanzioni erano certe, chiare e prive di scappatoie: “Art.10 - Ogni contravvenzione al disposto nei precedenti articoli, sarà punita con pena di detenzione e ammenda di Polizia a seconda dei casi”.
Con la nuova norma, sia stimolando il senso civico, sia prospettando sanzioni penali, si voleva coinvolgere ogni singolo cittadino, perché collaborasse integrandosi con il servizio pubblico per lo smaltimento.“ (...) obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega cortile ecc. per lo sporto non minore di palmi 10 di distanza dal muro e dal posto rispettivo. Questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l'avvertenza di ammonticchiarsi le immondizie al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutti i frammenti di ferro, di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli”.
Poiché gli addetti alla raccolta trasportavano i rifiuti indistinti caricandosi in spalla grossi sacchi di canapa, bisognava, per tutelare l’incolumità degli operatori, separare l’umido dal ferro e dal vetro.
Questi ultimi due materiali, poi, venivano accuratamente ritirati da “uomini e carri autorizzati” per il loro ”ammucchiamento”, recuperando così, due preziose materie prime importate dall’estero.
Alla luce di questa interessante scoperta d’archivio, è d’obbligo associarsi a chi si è già posto una provocatoria una domanda:
per organizzare una corretta ed efficace raccolta differenziata non sarebbe più proficuo incaricare degli archivisti, piuttosto che degli ingegneri?

lunedì 2 luglio 2012

Ferdinando II di Borbone ed il senatore Luigi Di Bartolomeo, sindaco di Campobasso: similitudini, comunanze, differenze.... e speranze per il futuro.

il Quotidiano del Molise
del 25/02/2012


di Paolo Giordano

sen. Luigi Di Bartolomeo
Sindaco di Campobasso
“Non sono Schettino, non abbandono la nave io!”
Frase, divenuta celebre, pronunciata con la consueta veemenza dal nostro Primo Cittadino in un momento drammatico (non il solo purtroppo) dell’Amministrazione da lui presieduta. Non attraversa certo un momento felice il Sindaco, e nemmeno la nave da lui governata solca mari tranquilli. Se non dovesse riuscire a frenare l’ammutinamento in corso, non riuscendo a    guadagnare la rotta, saprà affondare al grido di “tutto è perduto fuorché l’onore” facendosi sommergere dai flutti. Ma di lui dovremo conservare ugualmente un buon ricordo. In fondo siamo stati noi a consegnargli (in un  modo o nell'altro) quel “giocattolo” che tanto desiderava per coronare un’intensa carriera politica.
E adesso di che ci lamentiamo? La colpa è anche la nostra!
Ma riflettiamo ancora… e d’altro!
S.A.R. Ferdinando II
“Ferdinado II di Borbone si prestava facilmente alle critiche per il suo comportamento. Di carattere impetuoso ed autoritario, amava esprimersi in dialetto usando un linguaggio greve. Dava del tu a tutti e sapeva farsi amare dal popolo con comportamenti plateali graditi ai suoi sudditi.” Così scrive Arrigo Petacco sull’amato sovrano del regno di Napoli non risparmiandogli critiche per le battute scurrili, per la mancanza di eleganza nei modi e per la propensione a scherzi sgarbati e pesanti: una volta sfilò la sedia alla regina Maria Cristina di Savoia (oggi venerata quale Santa), facendola cadere in terra tra le risate dei presenti. Benedetto Croce definì i suoi (non senza ironia) “veri atti da re”. Come ad esempio il togliersi il sigaro di bocca per darlo al primo “lazzarone” che incontrava. Eppure lo studioso Ferdinando Acton ne esalta le qualità parlandone come “un pater familias partenopeo, cosciente del suo potere e della sua virilità, che non si limitò a occupare il trono, ma lo riempì fino alla massima capienza”. Chi se la sente di negare che il sindaco di Campobasso potrebbe ispirarsi, nel suo populismo, a Sua Maestà? Ad entrambi non suscitano simpatia “gli intellettuali”. Se uno sembra inviti “i suoi” a non leggere i giornali, l’altro definiva “pennaruli” gli uomini di cultura. Anche il rapporto con l’alto clero li accomuna. Mentre il Primo cittadino e l’Arcivescovo hanno avuto “alcune diversità di vedute”, alle prime sconvolgenti riforme liberali di Pio IX, il sovrano duosiciliano commentò “stu prevetarello sta guastanne tutt’e cose!” Infine non ci si può esimere dal raccontare un episodio campobassano. Venuto in Molise, dopo aver visitato la Cattedrale del Capoluogo realizzata dal Musenga con attenti criteri antisismici, il monarca (forse a ragione) commentò: “Agg vist’ ‘a chiesa. Mi piace! Avet’ fatt’ nu bell’ scatolone pe’ i ccavalli!”. Arrigo Petacco, però, presenta anche un “rovescio della medaglia”. “Ferdinando II, che pur non esitò, quando lo ritenne opportuno, ad adoperare bruschi metodi repressivi, si impegnò per modernizzare il suo Paese anche sviluppando la produzione industriale”. Durante il suo regno furono inaugurati, per la prima volta nella penisola, il primo piroscafo a vapore, la prima ferrovia, il primo ponte sospeso in ferro, la prima forma di raccolta differenziata dei rifiuti, la prima illuminazione a gas e Napoli ebbe il primato nello sviluppo edilizio. Ripulì la Corte dai ministri e dai faccendieri più corrotti. Ridusse drasticamente il suo appannaggio e dimezzò o eliminò tutte le rendite elargite in precedenza ai cortigiani. Abolì tantissime feste di Palazzo devolvendone i fondi ad opere di pietà.
Il parallelismo fino ad ora riscontrato, anche alle luce delle ultime analisi e dichiarazioni del Senatore (parliamo degli inizi del 2012 n.d.r.), lascerebbe ben sperare per il futuro.
Anche per il Capoluogo regionale, insomma, si starebbe concretizzando quel “rovescio della medaglia” fatto di progresso, sviluppo e ricchezza.

I Campobassani attendono!



Quando due molisani andarono ad arrestare il Papa. Nel 1303 Pietro ed Orlando di Lupara parteciparono alla "cattura" di Bonifacio VIII


Il Quotidiano del Molise
del 25 giugno 2012

di Paolo Giordano

Bonifacio VIII fatto prigioniero ad Anagni 
miniatura secolo XIV dal Codice 
Chigi della “Nuova Cronica” 
di Giovanni Villani, 
Roma, Biblioteca Vaticana.
Il 7 settembre 1303 Anagni venne presa d’assalto da Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret, “emissari” del re Filippo il Bello, colui che decretò anche la fine dei Templari. Bisognava catturare Bonifacio VIII, reo d’aver ribadito al sovrano la superiorità del Papa su ogni creatura e, quindi, su ogni autorità umana. Leggenda vuole, ma non vi è riscontro, che all’atto dell’arresto il Pontefice sia stato schiaffeggiato con i guanti (di ferro?) da Giacomo Colonna, detto Sciarra. Il soprannome derivava dall’omonima parola che nel volgare dell’epoca significava “litigioso, attaccabrighe”. Ancor oggi “sciarrare”, nel sud Italia, sta per “litigare, discutere con violenza”. Nelle schiere capeggiate dal “rissoso” nobile romano, e dal giurista francese, c’erano anche due “signorotti della piccola nobiltà cadetta del contado di Molise, di quelli che se non menano le mani non si sentono in carattere” (V.E. Gasdia). Erano Pietro di Lupara, signore anche di Matrice, Limosano e Castelbottaccio, e suo figlio Orlando. Appartenenti forse ad un ramo cadetto dei Molisio che “con la signoria acquistata su Lupara ne presero il predicato”. La partecipazione ai fatti di Anagni causò loro la privazione di parte dei possedimenti, anche se, con il passare del tempo, “la grazia sovrana ridiscese piena sul capo di questi feudatari”. Ma torniamo alla notte in cui i congiurati, i molisani tra i primi, si gettarono allo sbaraglio entrando in Anagni attraverso un passaggio aperto dal traditore Adenolfo de Papa, capitano della rocca. I Lupara, tra i più esagitati, per conquistare il Palazzo ne aggirarono le difese penetrando nel Duomo. Qui si imbatterono nel clero che sperava di aver trovato rifugio nella casa di Dio. Tra i prelati v’era Gregorio di Katupani, acivescovo eletto di Grau o di Strigonia, magnate e arciancelliere del regno magiaro, protetto del re di Napoli. Gregorio aveva incontrato il padre di Pietro, il viceammiraglio Nicola di Lupara, morto proprio in Ungheria il 23/06/1301 mentre era in missione per scortare Caroberto, figlio di Carlo Martello, in quelle terre di cui era Re. A nulla valse questa precedente conoscenza, anzi proprio per chi sa quale ragione legata forse a quel viaggio, Pietro, con inumana crudeltà, istigò il figlio titubante dinanzi all’abito ecclesiastico: ammazza, ammazza! “E nel santuario l’alta persona del prelato si abbatté morta al suolo nel lago del suo proprio sangue. La sola vittima cruenta  e sacrilega di questo mostruoso atto (la presa di Anagni) fu il prelato straniero. Del suo destino si commossero gli Anagnini che fino a non molti anni addietro credevano di ravvisare sul pavimento l’indelebile macchia del suo sangue” (Gasdia). Quali altre efferatezze, o normali azioni di guerriglia in battaglia, abbiano poi compiuto i due Lupara non ci è stato tramandato. Probabilmente entrarono nel Palazzo con lo Sciarra per arrestare Pietro Caetani. Di sicuro furono, nel bene o nel male, attivi protagonisti di un’importante vicenda. Ironia della sorte un altro figlio di Pietro, Nicola, generò Angelo che divenne vescovo di Bojano dal 1345 al 1364.
La nobile famiglia si imparentò anche con i Monforte (Clemenza andò in sposa a Manfredi Monforte), ma il  Cognome scomparve, estintisi i discendenti maschi. E’ comunque innegabile che nei secoli addietro i nostri avi si siano distinti, risultando protagonisti e non comparse, in eventi storici. Altro che il maggiordomo di Benedetto XVI, che sarebbe d’origini molisane: questi si è limitato a fare lo “spione”. Vi furono tempi ben “gloriosi” in cui i molisani procedettero, addirittura, all’arresto di un Papa!

Anagni, Palazzo di Bonifacio VIII.
Sala delle oche


Anagni, Palazzo di Bonifacio VIII.
Sala dell'oltraggio

Anagni, una foto d'epoca del
Palazzo Civico, XI - XIII secolo




sabato 23 giugno 2012

Fiorentina Cirelli. Una restauratrice non crea... recupera l'arte. Breve intervista alla titolare della "PF Restauri"

Il Quotidiano del Molise
 del 22 settembre 2010

di Paolo Giordano

Fiorentina Cirelli al lavoro

Fiorentina Cirelli è un’esperta restauratrice e, pur se l’anagrafe non lo  testimonia, ha quasi 30 anni di attività sulle spalle. Ha familiarità con i più svariati materiali e conosce tecniche vecchie e nuove per recuperare le opere d’arte. Entrare nel suo laboratorio è come partecipare alle rievocazioni di antichi mestieri, ma qui tutto è oltremodo contemporaneo. Il suo lavoro resta obbligatoriamente un’attività artigianale, poiché la manualità non può in alcun modo essere sostituita dall’uso di macchine. Le è compagno d’avventura il marito Pietro, anch’egli restauratore, con cui regolarmente condivide oneri ed onori.

Il mondo del restauro è pura vocazione oppure è accessibile a tutti?

Sicuramente si tratta di una vera e propria vocazione. Bisogna considerare che sempre più nuove tecnologie supportano e qualificano il nostro lavoro, ma è innegabile che passione, sensibilità e pazienza certosina siano doti indispensabili. Poi vengono lo studio, la conoscenza di tecniche, di stili, nonché il costante aggiornamento. Necessita, inoltre, una naturale propensione all’arte. Non siamo artisti, poiché non creiamo, ma dobbiamo ragionare come se lo fossimo. Calandoci nel contesto storico in cui un’opera è stata realizzata per comprenderne, quanto più possibile, l’ispirazione dell’autore. Tutto ciò serve per intraprendere questa professione.

Il patrimonio artistico molisano non è povero come si crede. Tra le ricchezze della nostra terra lei ha curato un illustre malato:  l’ottecentesca scultura di San Giorgio realizzata da Emilio Labbate per la Chiesa Patronale di Campobasso.

Ci siamo trovati dinanzi  al gruppo equestre più imponente sul territorio regionale: largo 78 cm ed alto e lungo 2 metri. Già dal trasporto sono apparse le prime difficoltà! Il cavallo è composto da più pezzi uniti con grossi chiodi. Presentava importanti problemi di conservazione: mutilo in più punti ed attaccato dai tarli con conseguente cattiva coesione delle parti. Molti erano i danni da atti vandalici. Una volta disinfestato e consolidato con resine abbiamo ricostruito particolari come gli occhi, utilizzando le tecniche dell’epoca. Infine, riportata alla luce la policromia originale, coperta da sporco e numerosi strati di ridipinture, ci siamo concentrati su  come restituire un’uniformità di visione cromatica. Il risultato finale è stato entusiasmante! L’unico cruccio è il non sapere dove sia finita la testa del drago che manca del tutto.

La costante riduzione di finanziamenti ha progressivamente diminuito le commesse pubbliche, per cui è divenuta determinante la committenza privata. C’è in Molise una cultura del restauro? Come stima il patrimonio su cui è urgente intervenire?

Qui da noi non si è ancora sviluppata una cultura del restauro. Altrove enti, banche, privati, associazioni e fondazioni finanziano gli interventi. In Molise il fenomeno è circoscritto ad alcune chiese in cui i parrocchiani si fanno carico di recuperare le statue dei loro  Santi protettori. È determinante il forte coinvolgimento emotivo. Manca invece una diffusa coscienza sociale, che porti al recupero di reperti importanti per tutta la collettività,  come ad esempio gli arredi tombali, che sono determinanti per lo studio dell’evoluzione dei popoli. Il nostro territorio dispone di un vastissimo patrimonio sepolto che attende di venire alla luce. Comunque, tanto della ricchezza di questa piccola terra è proprio sotto i nostri occhi: palazzi e chiese dalle belle architetture, che versano purtroppo in precarie condizioni;  statue e dipinti di gran valore artistico, abbandonati a se stessi. Molto è chiuso per motivi di sicurezza e troppi sono i cantieri, e le aree di scavo, che procedono a fatica per mancanza di fondi. Sarebbe bello se dei mecenati,  consegnassero il proprio nome ai posteri, sponsorizzando il restauro di monumenti da loro “adottati”  proporzionalmente alle disponibilità economiche.

“Nessuno accende una lucerna e la mette in luogo nascosto o sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché quanti entrano vedano la luce” Cosa prova quando oggetti preziosi, tornati all’originario splendore, vengono chiusi in un deposito o in cassaforte?

L’ultimazione di un restauro genera sempre una grande emozione. Il desiderio è quello di riuscire a trasmettere e, quindi, condividere questo stato d’animo. La conclusione di un lavoro dovrebbe essere il primo passo verso la giusta valorizzazione del reperto. E’ innegabile un profondo “dolore” quando un’opera non viene opportunamente valorizzata all’interno di idonee strutture. Erroneamente, però, si genera l’ingiusta polemica verso gli organi preposti che, non potendo esporre i “tesori” al pubblico, sono costretti a tenerli “nascosti” per tutelarli e proteggerli. Il vero problema è la carenza di musei e pinacoteche. La speranza è che le varie amministrazioni studino sinergicamente dei progetti, come ad esempio la ristrutturazione di storici palazzi abbandonati, al fine di consegnare alla comunità degli spazi espositivi. Anche enti o privati, in possesso di edifici in disuso, potrebbero farne dono per tale scopo. Insomma si è da tempo conclusa l’epoca in cui solo il Pubblico si faceva carico dei beni artistici, architettonici ed archeologici. Oggi tutta la società deve sentirsi coinvolta  nella tutela dell’inestimabile patrimonio di cui l’Italia dispone.


Via Orefici a Campobasso, "laboratori aperti" per le Giornate del Patrimonio (settembre 2010). Una passeggiata nel regno di Fiorentina Cirelli

Il Quotidiano del Molise
del 22 settembre 2010
di Paolo Giordano

Il 25 e 26 settembre, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio sono previste diverse manifestazioni di alto profilo culturale tra cui “laboratori aperti”. L’evento “Statue lignee in Basso Molise” si svolgerà a Campobasso. E’ nell’accogliente laboratorio di Fiorentina Cirelli, in via Orefici, che il Ministero ha gratuitamente organizzato questo itinerario per conoscere da vicino, durante i lavori di restauro, tre sculture esposte per la prima (e forse unica) volta insieme.
Da San Giuliano di Puglia un austero Sant’Antonio Abate coperto da un ampio mantello nero su cui spicca un tau rosso. Stringe nella mano destra un bastone anch’esso con la forma di questo simbolo della Salvezza. Sul libro della regola monastica, che regge con la mano sinistra, è evidente dove fosse -l’oramai perduta- fiamma/Spirito Santo, segno tangibile sia delle azioni compiute nella lotta contro il male e sia delle guarigioni dalle malattie dell’ergotismo. Dalla base di questa statua del 1778, opera di Giovannitti da Oratino, è scomparso il maiale/diavolo, che dopo essere stato sconfitto, seguiva docilmente l’Abate. Gli Ospedalieri di Sant’Antonio avevano il privilegio di allevare suini per nutrire gli ammalati e curarne con il grasso l’herpes zoster.
Fiorentina Cirelli
 ed il San Giovanni
del Colombo
Da Colletorto l’imponente San Giovanni Battista “vestito di peli di cammello”. La scultura del XVIII secolo, in grandezza naturale (misura 1,90 mt), è attribuita alla maestria di Giacomo Colombo. Il  manto che avvolge il Precursore di Gesù è rosso per ricordarne il martirio. Sono presenti la croce e l’agnello, attributi iconografici di valenza cristologia. Il braccio destro è alzato con il dito elevato ad indicare l’Incarnazione del Figlio di Dio. Partendo dall’osservazione della mano, scolpita con minuziosa cura, si procede nell’apprezzare la qualità di tutta la realizzazione.
Dalla chiesa di San Rocco in Montelongo la Madonna dell’Incoronata di Foggia. La Vergine è in trono su una quercia, emblema della forza vitale e rigeneratrice della natura. Due angeli le reggono la corona indice di regalità. Dopo la rimozione di uno strato di vernice il manufatto è apparso di fattura migliore di quel che sembrasse. L’incarnato non è chiaro, ma timidamente scuro. Infatti l’immagine venerata a Foggia, sia per un dato etnico (Maria era palestinese) e sia perché rievoca la Dea Madre o Cibele, riassorbita dal Cristianesimo, è una “Madonna nera”.
L’appuntamento previsto per la fine di settembre è ambientato in uno spazio suggestivo, pur se ridotto, nel centro storico cittadino. Il visitatore sarà a diretto contatto con i “ferri del mestiere”, aggirandosi tra Madonne, Angeli, Santi e testimonianze fotografiche dei tanti lavori conclusi. Potrà studiare da vicino le tre opere e dialogare con i restauratori che hanno “curato” reperti di grande importanza come la Maschera Sannita di Longano. Ma sono tantissimi gli oggetti d’arte passati in questa bottega e che oggi, riportati a nuova vita, possono essere ammirati nei musei, nelle chiese o nei prestigiosi palazzi di provenienza.
Fiore, come la chiamano in famiglia, sorride quando le si domanda se teme un aumento della concorrenza, sull’onda dell’entusiasmo che nascerà durante le visite. “E’ un lavoro difficile e faticoso. La passione non basta se non è accompagnata da studio e continua formazione. Ci vogliono pazienza e perseveranza. Insomma non è questa la strada per la ricchezza, ma certamente è quella per l’arricchimento interiore e per notevoli soddisfazioni professionali.”

Il Laboratorio di Via Orefici

 Breve "storia" dell'incoronata di Foggia
Strèccècapp e l'Incoronata

Tutti coloro che affrontavano le incognite del lungo cammino della transumanza, prima di partire, si affidavano al santo Patrono del loro paese praticando 40 ore di penitenza. Era d’obbligo, però, prima del viaggio di ritorno, recarsi in pellegrinaggio presso  il Santuario della Madonna Incoronata di Foggia, protettrice dei pastori e delle greggi.
La tradizione risale all’ultimo sabato di aprile del 1001. All’alba, nei pressi del torrente Cervaro che costeggia l’omonimo bosco alle porte di Foggia, la Vergine apparve tra i rami di una quercia al conte di Ariano Irpino. Invitò il nobiluomo a costruire una chiesa in cui venerare un’immagine, probabilmente l’icona bizantina di una Madonna dal volto nero, che era stata ritrovata in quello stesso giorno.
Subito dopo sopraggiunse, pascolando i suoi buoi, un contadino-pastore di nome Strezzacappa (Strèccècapp) il quale appese la sua cardarella all’albero e, riempitala d’olio, la trasformò in una rustica lampada. L’umile agricoltore, poi, si inginocchiò per pregare.
Da allora fino ad oggi, lungo tutto il percorso tratturale è stato un  proliferare di luoghi di culto dedicati all’Incoronata. Ma il fulcro di questa devozione mariana resta il Santurario alle porte del capoluogo dauno, dove l’ultimo sabato di aprile si festeggia con gran solennità il ricordo della miracolosa apparizione.


venerdì 22 giugno 2012

Mephitis venerata nel Sannio, declassata dai romani.


Il Quotidiano del Molise
del 13/02/2011



di Paolo Giordano

Una conoscenza superficiale e manualistica porta a credere che le culture antiche fossero totalmente maschiliste e misogine. Ma desiderio di sapere ed amor patrio dovrebbero spingere i discendenti dei fieri sanniti a meglio indagare la propria Storia. Un importante Dea, venerata nel Sannio, era Mephitis, che una volta assorbita dal Pantheon romano venne tristemente ridotta a presiedere alle emanazioni solforose molto abbondanti in Italia. Associata, pertanto, all’odore emanato dalle mofete (emissione diretta di anidride carbonica da fratture del terreno) dal suo nome deriva il termine “mefitico”.
Ma in realtà Mefite significa “colei che sta nel mezzo” ed aveva il potere di fare da tramite, cioè da mediatrice. Divinità pacifica, in un’epoca difficile di violenze e guerre, sovrintendeva al “passaggio”: vita/morte, giorno/notte, caldo/freddo, regno dei vivi/oltretomba. Le sue corrispondenti nel mondo greco potrebbero essere Afrodite, Demetra e Persefone. Non a caso in epoca romana, a seguito di un’operazione di “riconversione”, molti templi agresti furono consacrati a Venere ed a Diana. Mefitis era protettrice delle sorgenti, degli armenti, dei campi e della fecondità. A lei erano affidati i mercati e lo scambio. Proprio nei Santuari, luoghi di incontro e mediazione, si generava la perfetta armonia tra venerazione e commercio. Il suo culto andò evolvendosi collegandola all’utilizzo delle acque termali e solforose ed alle loro proprietà benefiche e curative.
E’ attualmente in fase di indagine il rapporto con il mondo della transumanza, non essendo trascurabile un legame tra gli spostamenti delle greggi nei pascoli stagionali e la presenza di aree sacre dedicate alla Dea proprio ridosso dei tratturi.
Uno dei tanti Santuari a lei dedicati, che merita una particolare attenzione, è quello di San Pietro di Cantoni in agro di Sepino. Qui è stata rinvenuta la statuina ex voto in bronzo di un’affascinante giovane donna con in mano un uccello acquatico migrante. L’animale è simbolo dell’alternarsi delle stagioni. E’ riferimento ad una vicina zona umida e, di conseguenza, alle sorgenti simbolo della forza dell’acqua che sgorga dalla terra passando all’aria: ancora un “passaggio” sotto l’occhio amorevole della dea. Tutti i reperti di questo scavo, testimonianze del mondo agricolo e della transumanza, riconducono alla protettrice dell’universo femminile che presenziava alla vita dalla fecondazione al parto. Mefite assisteva la donna nelle attività quotidiane, proteggendo i suoi familiari nonché il lavoro necessario al sostentamento della famiglia e, quindi, dell’intera società.

Chiara Mastropietro volontaria della dea Mefite. Storia di una novella Schliemann presso gli scavi archeologici del santuario italico di San Pietro di Cantoni in agro di Sepino (CB).


Il Quotidiano del Molise
del 13 febbraio 2011

di Paolo Giordano

Chiara Mastropietro
In Molise operano dei novelli Schliemann che, pur sperando in uno sbocco occupazionale, lavorano “gratis et amore dei” presso gli scavi archeologici del santuario italico di San Pietro di Cantoni in agro di Sepino. Un’area sacra recinta di mura megalitiche a quasi 700 mt sul livello del mare, ubicata tra l’insediamento difensivo di Terravecchia e l’area di mercato e produzione di Altilia. La notizia, già nota agli addetti del settore, è stata raccontata in un ampio articolo di Feole pubblicato da ”il Quotidiano” il 09 agosto 2010: I Volontari della dea Mefite”. Subito è nata, alimentandosi progressivamente, una curiosità: che faccia avranno i volontari della dea?”
Chiara Mastropietro è una di loro, poco più che ventenne, ben lontana dallo stereotipo della studiosa. E’ un’esile e bella ragazza figlia della sua epoca, che segue la moda e non sembra assolutamente un topo di biblioteca. Dopo la prima domanda scruta l’interlocutore con i suoi occhi chiari. L’iniziale apparente imbarazzo è scomparso ed ora è lei, con il suo sguardo deciso, a gestire l’intervista.


articolo di
Leopoldo Feole
del 09/08/2010
Come ti sei ritrovata a vivere questa avventura dall'innegabile gusto romantico?
La vita è un susseguirsi di coincidenze! Da sempre sono stata attratta ed affascinata sia dall’archeologia che dal restauro. Ho una grande passione per il mondo dell’arte ed ho cercato di “qualificarmi” anche con studi appropriati. Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Maurizio Matteini Chiari, responsabile scientifico dello scavo in questione, che mi ha subito”arruolata”. Oramai da sei anni sono l’unica costantemente presente in questo cantiere.
Certamente mi ha emotivamente coinvolto il culto qui praticato: una divinità femminile che tutelava la maternità e gli affetti domestici… dunque la fertilità. Tutto ciò in una lontana epoca di violenze e brutalità
Durante la campagna di scavo c’è stato qualche rinvenimento o scoperta che ti ha suscitato particolari emozioni?
una sepoltura
Devo sfatare l’idea diffusa dei reperti che saltano fuori belli, sani e lucenti! Si scava tanto prima di rinvenire qualcosa. Agli inizi non si riesce a distinguere cosa ci sia nella terra. Alla lunga poi ci si “fa l’occhio” per cui tra chiodi, monetine e pezzi di ceramica solo l’esperienza permette di identificare frammenti importanti. Il mio ricordo è legato al primo ritrovamento personale. Eravamo in tre su un “quadrato” (lo scavo è suddiviso in un reticolato di quadrati 4 mt x 4 mt) ed è apparsa la foderatura in pietra e laterizi della tomba di un uomo. Essa era priva di arredi ed è attualmente in fase di studio.
Chi è peggior nemico di questo importante sito archeologico: il saccheggio dei tombaroli o il disinteresse degli organi competenti?
I tombaroli di certo! Il danno non è solo la sottrazione di oggetti ma come essa avviene. Noi scaviamo per strati. Appena cambia la tipologia del terreno ci fermiamo per effettuare rilievi tecnici e fotografie, stilando le opportune relazioni. I tombaroli arrivano armati di metal detector, scavano, distruggono, “schifano” (quasi prendendoci in giro) chiodi, pezzi di bronzo ed ogni altro pezzo di metallo inutile e rubano tutto quel che possono. Il nostro lavoro viene di fatto rallentato perché dobbiamo ripristinare lo status quo. Una volta hanno divelto il lastricato del Podio arrecando danno e perdita di tempo, quindi di risorse economiche. Certo… se gli organi competenti si preoccupassero di prevenire….
Che percezione hanno i tuoi amici e coetanei di questo tuo "impegno”?
Quasi tutti, in prima battuta, chiedono “chi me lo faccia fare” a stare ore ed ore sotto ad un sole impietoso frugando nella terra. Io, poi, offro il fianco quando trasporto nella quotidianità l’esperienza di “volontaria”. Ad esempio mi è capitato, tra l’ilarità generale, di fissare un muro qualunque alla ricerca dei punti opportuni per i rilievi, come se fossi sullo scavo. Però, in fondo, sono affascinati sia dalla mia attività e sia dall’alone di mistero che avvolge il Santuario. Il punto zero (il più alto) è a quasi 666 mt sul livello del mare. Numero che tradizionalmente si associa al demonio (nell’Apocalisse sarebbe un riferimento all’imperatore Nerone). Poi c’è il “muro del sonno”. Una struttura a nord del Podio, dove chi lavora è vittima di crisi di sonno. E’ accaduto anche a me, sia da sola che con un’amica. Ci aggiravamo fresche e pimpanti per tutta l’area, ma quando ci accostavamo al muro del sonno…
Quale futuro professionale pensi ci possa essere, in Molise o altrove, per “i volontari della dea Mefite”? E comunque come speri di non vanificare questa tua esperienza?
Nell’immediato sembrerebbe nessuno! Personalmente, però, sono tanto “cresciuta”: turni, orari, fatica, vita “comunitaria” con autogestione (gli addetti alloggiano nell’area archeologica di Altilia). Si impara a condividere ed a convivere. Comunque stiamo acquistando una specifica professionalità che teoricamente potrebbe aprire molte prospettive. Bisognerà vedere “dove andrà il mondo”. Io credo fermamente che ognuno di noi riuscirà a fare tesoro di quanto vissuto in questi anni.
Rivolgi un appello in difesa delle sorti di San Pietro di Cantoni, lanciando una tua proposta di tutela e valorizzazione!
Il minimo indispensabile è l’istallazione di telecamere e sistemi di allarme. Una recinzione sarebbe più che necessaria, ma mancano i fondi. Con il materiale rinvenuto, molto di inestimabile valore, si potrebbe allestire un museo stabilmente aperto. Certo ogni iniziativa dovrebbe essere frutto di un’interazione almeno tra Regione, Provincia, Ministero e comune di Sepino. L’ubicazione del Sito è strategica sull’arteria di collegamento Roma-Foggia. Si potrebbe creare un indotto per gli artigiani con la riproduzione dei tanti meravigliosi monili rinvenuti e per i ristoratori con “menù sanniti” studiati ad hoc.
Ma tante attività potrebbero sorgere grazie ad un progetto turistico-culturale che colleghi -per iniziare- San Pietro, Altilia e Boiano. Già sarebbe una eccellente base di partenza! Essenziale è il confronto con altre regioni dove ci sono paesini che creano quasi dal nulla incredibili attrazioni per i turisti.
Ma forse sono troppo giovane e per questo entusiasticamente incline a “mandare la fantasia al potere!”


 foto del "cantiere"







lunedì 18 giugno 2012

L'ardire e la passione di due collezionisti rende la città di Campobasso ricca d'arte. Un'accurata selezione di opere delle collezioni Praitano ed Eliseo esposta in Palazzo Pistilli


Il Quotidiano del Molise
del  17/06/2012

di Paolo Giordano


La sera del 7 giugno 2012, nella suggestiva ambientazione della storica piazzetta Iapoce, complice una gradevole serata di inizio estate, si è inaugurato il ciclo di conferenze a corredo della mostra “I Colori delle Emozioni”, ospitata in Palazzo Pistilli a Campobasso. Dopo i saluti del direttore regionale per i Beni Culturali Gino Famiglietti, del presidente della Provincia Rosario de Matteis e del Soprintendente Daniele Ferrara, protagonista è stato Michele Praitano, dentista di professione, storico, artista e collezionista per vocazione. Il dott Michele ha piacevolmente narrato della “Nascita di una collezione” ripercorrendo i circa 50 anni in cui ha raccolto i capolavori, oggi donati alla collettività, viaggiando per l’Italia, incontrando antiquari da cui acquistare ed artisti a cui commissionare. Tante le storie! Dalle scoperte di firme importanti sotto vecchie cornici all’autoritratto pagato con una dentiera. Dall’emozione provata nel toccare, nel caveau di una banca a Torino, l’autoritratto di Leonardo da Vinci all’aver nascosto, arrotolandole in un giornale, due “scene di battaglia” del XVIII, per celare all’adorata moglie un suo ennesimo “folle” acquisto. Epici gli incontri con Gigino e Lorenzo, i due fornitori “a domicilio” di opere, come la “Suonatrice di chitarra” di Gaetano Esposito, pagato negli anni ’70 un decimo del suo valore e che riporta alla memoria il brutto incidente stradale del 1972. Oltremodo ilare l’arresto di Silvestro Pistolesi, allievo di Annigoni, prelevato dalla polizia di Campobasso poiché si aggirava con mantello e cappellaccio in città. Il Praitano, che l’aveva invitato in Molise, dovette scagionarlo. Decine gli incontri! Tredicenne rimase seduto per ore nella campagna di Castelbottaccio, accanto ad Arnaldo De Lisio, che dipingeva con il cavalletto en plein air. 
"La strega" di Annigoni
Anni dopo vide “La Strega” su di una rivista, ed allora volle conoscere Annigoni, che incontrò a Firenze. Fu, poi, un’esposizione sui generis, nel pastificio Guacci di Campobasso, a spingerlo sulle tracce di Clemente Tafuri. Il maestro doveva essere a Salerno, dove Praitano si era recato con lo zio Ottavio Eliseo. Tafuri, invece, viveva da tempo a Genova. Giunti dunque in Liguria dovettero attendere il tramonto poiché, su una mattonella di Vietri, all’ingresso della villa era scritto “Al visitatore… sei benvenuto al calar del sole”. Qui, trattando con la di lui moglie napoletana, ben lieta dell’incontro con dei conterranei, riuscì a comprare un autoritratto del coniuge a lei dedicato: “Ad Anna la sceicca, dallo sceicco Clemente”. Un altro “colpaccio” fu l’acquisizione del ritratto di Paolo Diodati, di Giacomo Grosso. Lo ottenne, con un piccolo “misfatto”, dalla vedova di Tito Diodati (figlio di Paolo) esperto d’arte, primo storico fornitore napoletano del Nostro, “millantando” una trattativa in corso.
autoritratto di
Clemente Tafuri
Iniziatore, compagno e mentore fu da sempre Giuseppe Ottavio Eliseo, altro grande collezionista, la cui raccolta è di proprietà della Provincia. Egli guidò il nipote Michelino lungo la via del collezionismo borghese. A sua volta era stato affascinato ed ispirato da Giuseppe Barone, fondatore del Museo di Baranello. Tutte personalità animate dallo spirito degli Umanisti, che nel Rinascimento donarono i loro beni alla collettività, trasmettendo, con alto senso civico, amore per la cultura e passione per l’arte. E proprio nel rispetto del collezionismo borghese Palazzo Pistilli verrà con il tempo arricchito da mobilio d’epoca che doni anima all’ambiente, rendendolo ancor più vicino a quello delle case ottocentesche campobassane. L’obiettivo principale è la conoscenza del nostro passato attraverso un percorso che dal barocco arriva ai nostri giorni. Solo così, recuperando la nostra identità e la coscienza della ricchezza culturale, storica ed artistica del territorio, sarà possibile costruire il Futuro. “I Colori delle Emozioni” è un “corso di storia dell’arte” che permetterà di “uscire al mondo” con idee chiare su cultura e movimenti artistici. Poi, se questa mostra concorrerà anche ad uno sviluppo turistico… ben venga. Il Molise non teme confronti, disponendo di risorse ed attrazioni… dal paleolitico all’arte contemporanea.


Programma conferenze - giugno 2012 - Piazzetta Japoce a Campobasso

Nell’ambito dell’apertura, 30 maggio 2012, dello Spazio Museale ubicato in Palazzo Pistilli e destinato all’esposizione della mostra I Colori delle Emozioni. Il Collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il Molise, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Molise promuove un ciclo di conferenze aventi per tema la pittura molisana e i suoi riflessi nell’ambito internazionale.



Programma Conferenze – Giugno 2012


Campobasso, Piazzetta Japoce – ore 21.00



7  giugno 
Indirizzi di saluto
Gino Famiglietti, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise
Rosario De Matteis, Presidente della Provincia di Campobasso
Gino Di Bartolomeo, Sindaco della città di Campobasso
Daniele Ferrara, Soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Molise
Nascita di una collezione
Michele Praitano, storico e collezionista, Campobasso



8 giugno 
Pittori molisani tra Otto e Novecento
Dante Gentile Lorusso, restauratore e storico, Toro (CB)

13 giugno 
Il Paesaggio dipinto  fra Otto e Novecento
Lorenzo Canova, Università degli Studi del Molise

 14 giugno 
Opere di pittori italiani a Parigi nelle collezioni Eliseo e Praitano
Olga Scotto di Vettimo, storica dell’arte, Napoli

20 giugno 
“Only Connect…”. Pittori, ritratti  e dinamiche dello sguardo
Matilde Amaturo, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

21 giugno 
Esplorando la Collezione Eliseo
Dora Catalano, Soprintendenza BSAE del Lazio

27 giugno
Il  “caso”  Charles Moulin. Un pittore tra Parigi, Roma e Castelnuovo 
Tommaso Evangelista, critico e storico dell’arte, Isernia

Info: Soprintendenza per i  Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Molise, Salita San Bartolomeo 10, Campobasso – Tel. 0874.431350 / 56; fax 0874.431351;  sbsae-mol@beniculturali.it

Resi fruibili "I COLORI DELLE EMOZIONI". Inaugurati gli spazi espositivi di Palazzo Pistilli in Campobasso con la Mostra "I Colori delle Emozioni. Il Collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il Molise"


Il Quotidiano del Molise
del 17/06/201
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di Paolo Giordano




il dott. Michele Praitano
ed il soprintendente
 Daniele Ferrara
Immediatamente, dopo aver varcato l’ingresso di Palazzo Pistilli, si comprende quanto a volte poco basti per un evento… epocale! Già trent’anni fa (tanto indietro va la nostra memoria) il dott. Michele Praitano si crucciava di non trovare riscontri al desiderio di donare la sua pinacoteca, una vasta collezione arricchitasi ulteriormente negli ultimi decenni, che si voleva, però, restasse nel Capoluogo molisano. Con la nascita della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici ecco finalmente il giusto interlocutore! Pietra miliare, per realizzare il sogno di una Città della Cultura, è la mostra “I colori delle emozioni, il collezionismo di Eliseo e Praitano per Campobasso e per il Molise”, in cui sono esposti 55 capolavori tra quelli della donazione Praitano e quelli della “Eliseo”, proprietà dell’Amministrazione Provinciale, prezioso partner in quest’occasione. Il nuovo spazio museale sarà aperto tutti i giorni (tranne il sabato), domeniche incluse, grazie alla disponibilità ed allo spirito collaborativo del personale MiBAC. Non necessitano quindi Grandi, a volte Inutilizzati, Locali, ma bisogna voler veramente raggiungere traguardi concreti. E’ un museo d’ambiente che ricorda una casa borghese, classe sociale di cui esalta appunto la vocazione al collezionismo. Si è solo alla prima fase di un progetto che prevede l’ampliamento in locali sottostanti. Il percorso della Mostra è suddiviso in 4 macrosezioni contenenti una selezione delle raccolte dei due ricercatori. Si inizia evidenziando l’attenzione verso la pittura napoletana ed italiana a partire dal Barocco, quando Napoli era un laboratorio artistico di primaria importanza europea, fino al Contemporaneo: dalla scuola di Luca Giordano a Trivisonno, Scarano ed Annigoni.
Gli artisti italiani, e quindi molisani, furono attratti dal dinamismo culturale parigino e dal mercato d’oltralpe. Sulla Senna era possibile eseguire ricerche artistiche che, pur nella varietà delle interpretazioni, avevano come costante caratteristica l’immersione nella realtà. L’avvicinamento al vero, la raffigurazione di una Natura lontana dalle idealizzazioni del paesaggio classico, emerge dalle vedute, dalle nature morte, dalle scene di vita contadina e borghese esposte nelle sale di salita San Bartolomeo. In Francia il processo culminò con l’impressionismo (a Campobasso Ragione e Scoppetta), mentre per gli italiani si avviò una ricerca dell’identità individuale (affermazione della propria poetica) e collettiva (la formazione della coscienza unitaria nazionale del giovane Stato). Particolare l’esperienza in controtendenza di Charles Moulin che dalla Francia trovò ragione d’essere a Castelnuovo al Volturno. Il suo volto appare nella sezione “allo specchio”, tra ritratti ed autoritratti. Ritrattistica anche nelle restanti stanze, dove “i dipinti ci guardano” tra classicità e modernità. Natura e figure sono percepite e rappresentate nella loro assolutezza, base della classicità, oppure messe in discussione e stravolte dai Moderni, che sono nell’ultimo ambiente della Mostra.
Per tutto il mese di giugno 2012, indispensabile corollario, saranno organizzate coinvolgenti conferenze attraverso le quali ci si potrà ulteriormente “impossessare” dei tesori custoditi in Palazzo Pistilli. Gli appuntamenti si terranno alle ore 21 in piazzetta Iapoce, come naturale prosieguo della mostra “I Colori delle Emozioni”.



il dott. Praitano con la
dott.ssa Vittoria Di Cera del MiBAC